Treves e le ragioni pro e contro l’eutanasia

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Molti temi di ordine morale, civile, religioso, laico, scientifico e scientifico che oggi dibattiamo e sui quali ci dividiamo ci sembrano propri del nostro tempo, quando in realtà hanno avuto una lunga e tormentata gestazione in tempi a noi lontani. In generale sono problematiche che attengono al grande tema delle libertà, di pensiero, d’azione, di credo.

Uno di questi riguarda il diritto di mettere fine alla propria esistenza e di conseguenza la liceità del supporto medico, quando ricorrano condizioni estreme di salute, l’impossibilità di porre fine al dolore divenuto insopportabile e la certezza dell’imminente fine.
Questa complessa e problematica materia ancora oggi di grande attualità venne, in realtà, affrontata pubblicamente fin dall’inizio del XX sec.

Ne sono una dimostrazione gli appunti di Claudio Treves raccolti nella rubrica Note in taccuino dal 1902 al 1906 e pubblicati dal giornale socialista milanese Tempo, foglio diretto dallo stesso Treves dal 1899 al 1910.

Questo tema, come quello dell’educazione sessuale, della difesa delle madri lavoratrici, dell’infanzia abbandonata, della lotta all’analfabetismo, furono al centro dell’attenzione e dell’azione del movimento socialista fin dal suo nascere.

Il 3 settembre 1905, Treves volle affrontare il quesito posto dal prof. Ernesto Bertarelli, se cioè quando un malato è in fase terminale, quando i suoi tormenti sono diventati insopportabili, quando egli supplica dal medico la pietà di finirlo, è proprio pietoso non avere questa pietà? Si trattava di un problema, quello della buona morte, di grande delicatezza, molto discusso e divisivo allora in tutta Europa, come d’altra parte lo è ancora oggi.

La risposta di Treves non apparve certo semplicistica, ma complessa e come ogni tesi certamente controvertibile.

“…Solo i clericali non vogliono sentire ragioni di sorta…Forse perché qui si riguarda la morte senza l’intervento di Domeneddio. Fatto è che con la solita piacevolezza polemica si sono divertiti a trattare di “assassini” gli scrittori del Tempo. Qualcuno sorse a contrapporsi ai clericali. A Pavia la Plebe fece la sua tesi reproba e su di essa volle provocare un parere dell’Ordine dei Medici.

Il Consiglio si convocò e dichiarò “di potere categoricamente escludere esservi chi teoricamente sostenga tale dottrina e tanto meno chi sia capace di praticamente adottarla…”.

Il Consiglio insomma ha ripudiato l’euthanasia, dichiarando di non praticarla. Va bene. Ma non ha detto perché non la pratica; non ha dimostrato che veramente sia pura beneficenza e filantropia prolungare sempre e con ogni sforzo la vita.

I fautori dell’euthanasia si vantano anzi di essere essi, in certi casi, i più benefici e filantropi, anzi i soli pietosi. Ma il Consiglio- non discutendo, ha fatto, professionalmente, bene. Ed era ingenuo credere che- discutendo- potesse venire ad altra conclusione. Sarebbe stato troppo ironico che un Ordine di medici confessasse… di ammazzare i clienti.
Certe cose se si fanno…

Dal punto di vista dottrinale, la discussione sull’euthanasia è sempre aperta”.

Le brevi note di Treves pongono alla discussione temi e interrogati ancora attuali: La legittimità della dolce morte, come essa si può conciliare con la fede, l’obiezione di coscienza dei medici, la dignità umana, la libertà di poter disporre del proprio corpo, la necessità di uscire dall’ipocrisia di praticarla e negarla nello stesso tempo.
L’articolo di Treves risale al 1905, oggi, dopo 120 anni, a che punto siamo?




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