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Francesco Rossi

Usa, Cina, Russia: mondo su di noi


di Francesco Rossi

Evgeny Utkin è economista ed esperto geopolitico, vicedirettore di Eurasia News, direttore di Partner N1 agenzia di sviluppo strategico. Collabora con diverse testate italiane ed estere (Panorama, Formiche, Eastwest, Oil, RBTH, Expert ed altre). È stato ricercatore all’Università Statale di Mosca “Lomonosov” e poi manager per diverse società internazionali, come Eutelsat ed Ericsson. È commentatore per la Rai, Mediaset, Russia24, CNBC, Sky, Radio24, Radio Rai, Radio Popolare e Radio Svizzera.

 
Dottor Utkin, diversi scenari in atto in numerose aree del globo danno l’impressione che, tra mille contraddizioni, sia in corso un tentativo di riorganizzazione geopolitica degli equilibri mondiali. Condivide questa impressione?  

Certamente esiste un’asse Cina-Russia che nell’area euroasiatica si sta sempre più consolidando, non solo a livello geopolitico e militare, ma anche e soprattutto a livello economico. Esistono importantissimi accordi miliardari in tema di gas e petrolio e si pensa di dar vita anche ad un vero e proprio asse finanziario, elaborando un sistema che contrasti lo Swift. Né Cina né Russia hanno oggi la capacità di porsi autonomamente come contraltare a Washington, ma unite possono contrastare l’egemonia americana. Si tratta ovviamente di un asse contingente al momento storico che viviamo. Esiste poi un polo europeo il quale, viste le litigiosità interne, rimane tuttavia solo potenziale e non sembra porsi autonomamente rispetto agli Stati Uniti. Anche nelle ultime fasi pare semplicemente prendere ordini da Washington: il caso delle sanzioni alla Russia è paradigmatico. 
In generale, la matematica ci suggerisce come l’equilibrio migliore sia proprio quello basato su tre punti. Dal mio punto di vista, in termini di stabilità, ritengo dunque auspicabile un esito di quel tipo. Tuttavia, ad ora, le zone d’influenza sono dominate da Stati Uniti da un lato e Cina/Russia dall’altro.    

In questi giorni sono due le aree calde, anzi caldissime, nelle quali assistiamo a questo confronto tra gli Stati Uniti e l’asse russo-cinese: la Siria e la penisola coreana. Partiamo dalla prima dove, come sappiamo tutti, entra in realtà una miriade di altri attori, come l’Iran e la Turchia, solo per citarne due. 

Esatto. Non è un caso che si sia dato vita ad un nuovo tavolo negoziale, quello di Astana, dove sono presenti Russia, Turchia, Iran e a volte gli stessi siriani. Stiamo parlando o di paesi geograficamente vicini alla Siria o di paesi che, come la Russia, hanno lì forti interessi. Mi è sempre risultato più difficile capire quali fossero invece gli interessi diretti americani nel paese, in termini di sicurezza o altro, se non quelli legati al mantenere quel ruolo di gendarmi del mondo che gli Stati Uniti si sono ritagliati dopo la fine della Guerra Fredda. È notizia di queste ore la partecipazione al tavolo di Astana anche di un emissario americano: è una conseguenza dell’ultima telefonata tra Putin e Trump. Si tratta di un passo importante che potrebbe contribuire all’uscita dal pantano siriano. Insomma, Washington vuole fare sentire anche diplomaticamente la propria presenza su quello che considera effettivamente come un tavolo fondamentale.  

I famosi 59 tomahawk lanciati da Trump contro la base aerea siriana di Al-Shayrat, da dove sarebbe partito il presunto attacco chimico del regime di Damasco nella provincia di Idlib,  si collocano invece sulla linea dei “gendarmi del mondo”? 

Sì, è stata una rapida risposta muscolare, però non fondata su certezze e contraddittoria. Se da quella base fossero partiti attacchi chimici sarebbe stato probabile che vi si trovassero armi chimiche o loro componenti, rendendo peraltro il bombardamento altamente rischioso in termini di effetti collaterali nell’area. Ma tali effetti non sono avvenuti, ed è questo un altro dubbio che cala sulla ricostruzione dei fatti accettata da Washington. 

Non è l’unico dubbio, quindi. 

Già nel 2013 Assad aveva rischiato di subire un intervento militare per lo stesso motivo, ovvero le armi chimiche. Solo l’opposizione della Russia, del Vaticano e in parte della Gran Bretagna impedì un’azione a guida americana. Mi sembra poco plausibile che, avendo rischiato così tanto poco tempo fa e avendo tutti gli occhi del mondo puntati, Assad, che non è un impulsivo, abbia commesso una simile ingenuità, in una situazione di vantaggio sul campo e in un punto militarmente irrilevante. Questo è quello che mi suggerisce la logica. L’altro dubbio riguarda l’utilizzo di questo episodio da parte americana. Ci ricordiamo tutti le immagini di Colin Powell alle Nazioni Unite con la falsa provetta di antrace. E personalmente ritengo che il “ci siamo sbagliati” pronunciato da Tony Blair dopo la tragedia irachena sia troppo poco: non è più possibile commettere simili, chiamiamoli così, errori. La posizione di Trump sulla Siria è strana e non è costante. Prima dei fatti di Idlib il presidente americano era disinteressato all’abbattimento di Assad e la priorità era la lotta all’Isis. Poi l’atteggiamento è mutato di 180 gradi e abbiamo avuto l’attacco coi tomahawk. Oggi abbiamo la telefonata tra Trump e Putin, dove pare si sia provato a riallacciare alcuni fili. A un certo punto sembrava che l’episodio di Idlib fosse una sorta di riedizione della provetta di Colin Powell.   

Fonti russe sostenevano che solo la metà dei missili lanciata contro la base di Al-Shayrat fosse arrivata a bersaglio. 



Probabilmente i tomahawk sono stati sparati in due tranche: il numero totale infatti è troppo alto, sproporzionato, per colpire una base di quelle dimensioni. È possibile che la prima tranche sia stata intercettata e abbattuta dai russi e la seconda, inaspettata, sia invece arrivata a destinazione. Si tratta solo di un’ipotesi: nessun ufficiale russo o siriano l’ha confermata. Anche gli esiti dell’azione americana restano dubbi. Da parte Usa si parlava inizialmente della distruzione totale della base, da parte russa si diceva poi che dopo poche ore la base fosse di nuovo operativa.    

L’azione missilistica di cui abbiamo parlato è stata ordinata mentre Trump ospitava nella sua residenza in Florida il presidente cinese XI Jinping. L’amministrazione americana sembra fare leva in modo molto deciso sulla Cina affinché interceda presso Pyongyang per una retromarcia sul programma nucleare nordcoreano. 

Le truppe cinesi sono schierate sulla frontiera con la Corea del Nord ma giudico inverosimili le ricostruzioni secondo le quali Pechino sarebbero stata pronta ad intervenire militarmente in accordo con gli americani. Non sarebbe nello stile cinese. 
In quell’area esistono molti interessi contrapposti, il primo dei quali è quello alla sicurezza. La Corea del Nord condivide un confine con la Cina e uno con la Russia. In Corea del Sud gli Stati Uniti stanno installando il controverso sistema antimissilistico THAAD e la Russia ha reso noto il suo disappunto. 

Come evolverà la situazione in quello scenario? Possiamo azzardare una previsione?

Credo che i falchi americani spingano molto per l’opzione militare e forse il lancio della MOAB in Afghanistan è servito alla Casa Bianca per dimostrarsi pronta all’azione e tenere a bada almeno per un po’ il fronte interno più interventista. Dall’altro lato sia la Cina che la Russia si oppongono risolutamente a questa possibilità. È probabile che Mosca e Pechino si muovano per calmare le acque utilizzando non tanto le relazioni bilaterali con Pyongyang quanto piuttosto i consessi internazionali. Sommando tutti i fattori è poco probabile che si arrivi a un conflitto aperto nel breve/medio periodo, a meno di episodi imprevisti o di clamorosi errori umani. Di certo, se scoppiasse un confronto miliare locale, da lì si passerebbe ben presto a un confronto militare globale e la “guerra mondiale a pezzi” di cui parla Papa Francesco diventerebbe una guerra mondiale vera e propria con iniziale inasprimento in tutte le aree bollenti del mondo, partendo da Siria e Libia.   

Ecco, Siria e Libia: colgo l’occasione per tornare nel Vecchio Continente, e in particolare in Francia, dove si è da poco tenuto il primo turno delle presidenziali e dove il candidato maggiormente votato, Emmanuel Macron, sta sfoggiando, per ora verbalmente e per la verità senza grande attenzione da parte dei media, un piglio decisamente interventista verso entrambi i paesi. La Russia, dal canto suo, spera in una vittoria di Marine Le Pen, giusto?



Esatto. E non solo per la promessa fatta in campagna elettorale dalla Le Pen di un riconoscimento della Crimea come territorio della Federazione Russa, ma proprio anche per una differenza di approccio in politica estera rispetto a Macron. Non si tratta tanto di sposare programmi politici quanto piuttosto del fatto che, per ovvi motivi, Mosca gradisca sempre quei candidati che si pongono in una posizione il più possibile autonoma rispetto alla Nato e, se vogliamo, anche rispetto alla Commissione Europea. Credo che comunque, in ogni caso, le linee politiche effettivamente adottate dal vincitore dipenderanno dal margine col quale si vincerà: una vittoria risicata porterà a un’estremizzazione di tutte le posizioni, sia interne che di politica estera.   

Anche qui, possiamo azzardare una previsione sul risultato del secondo turno?

Sappiamo che Macron è certamente il candidato favorito per la vittoria finale, godendo di un appoggio trasversale molto ampio, ma non credo abbia già vinto. La partita è effettivamente aperta, come dimostra il faccia a faccia televisivo della scorsa sera. Quanto al primo turno mi ha colpito una cosa: in pochi hanno notato come una sinistra unita avrebbe superato di fatto Macron. Unendo i voti di Melenchon e di Hamon, il cui pessimo risultato è certamente figlio dell’impopolarità di Hollande, si sarebbe arrivati a esprimere addirittura il primo candidato. Chiaramente questo è un discorso teorico ma, senza entrare nel complottismo, la sensazione è quasi quella che si volesse spianare la strada a Macron. Tra l’altro il discorso potrebbe essere fatto anche sul versante di destra, unendo i voti della Le Pen e del neogollista Aignan. Il perché Marine Le Pen non abbia provato a incamerare la formazione di Aignan già al primo turno è però chiaro, sentendosi sicura di arrivare comunque al ballottaggio. Ciò che intendo dire è che si sarebbe potuti facilmente giungere a un secondo turno tra un candidato di sinistra e uno di destra, mettendo fuori dai giochi Macron. Ma ciò non è avvenuto, e per me questo rimane un mistero. Fatte le dovute distinzioni tra confini partitici più o meno rilevanti, è come se Renzi, Orlando ed Emiliano si presentassero divisi a fronteggiare un candidato unico grillino: gli spianerebbero semplicemente la strada. 

A proposito, nel dibattito televisivo prima del voto delle primarie si è parlato anche di Russia. 



Sì, era stata fatta una domanda precisa a riguardo, partendo dalle influenze russe sugli altri paesi. Tutti e tre i candidati avevano espresso posizioni russofobe. La risposta di Emiliano è stata fumosa, mentre quella di Orlando più chiara e a mio avviso anche profondamente sbagliata, arrivando a citare la questione di quella legge russa che, come riportato dai media italiani, permetterebbe a chi picchia la propria moglie di non essere perseguito penalmente. La citazione è così grossolana da essere errata, ed è preoccupante provenga da un Ministro della Giustizia. Renzi dal canto suo, forse per la sua esperienza di governo, aveva dato una risposta inizialmente più diplomatica, per poi andare subito sulla classica questione della libertà di stampa in Russia, ponendola in modo demagogico. 

Ci siamo spostati tra l’Oriente da un lato, Medio (o Vicino, per usare il parametro europeo) ed Estremo, e la vecchia Europa dall’altro. Torniamo ancora una volta, come nella nostra intervista di due anni fa, sul confine - u krajna - tra queste due macro aree. Come si stanno ripercuotendo in Ucraina i complessi mutamenti e assestamenti geopolitici in atto? 

Difficile capirlo oggi. Possiamo intanto dire che dal punto di vista americano siano venuti meno alcuni interessi personali all’interno del governo Usa: il vicepresidente di Obama, Joe Biden, aveva un figlio all’interno di una società di shale gas che opera in Ucraina. Ovviamente un simile contatto non giustifica la direzione di un’intera politica estera ma, come considerazione generale, ritengo che meno legami di questo tipo ci siano, meglio è, specialmente rispetto a un’Ucraina che fatica moltissimo ad assumere politiche autonome. Sappiamo anche che l’attuale Segretario di Stato Tillerson era fino a poco tempo fa un petroliere e che ha sempre guardato con molto interesse al Mar Nero. Potremmo comunque affermare che l’Ucraina non sia oggi in cima all’agenda americana.    
La situazione nel Donbass è ancora molto grave e il conflitto sta assumendo ormai in modo consolidato i tratti di un perenne scontro latente con momenti di vero e proprio confronto militare aperto. Gli accordi di Minsk sono molto specifici, ma spesso vengono disattesi. Più questi episodi si ripetono, più l’unità del paese risulta minata. Il tempo non è un alleato al mantenimento di un’Ucraina unita, ma una balcanizzazione del paese non è nell’interesse né di Kiev, né di Mosca. Al contrario della Yugoslavia qui non esistono sponde esterne, paesi che sostengano la frammentazione, tanto più dopo la condanna del passaggio della Crimea alla Russia da parte di una larghissima fetta della comunità internazionale. In sostanza, o si riparte da Minsk o sarà l’incancrenirsi stesso della situazione a portare di fatto alla piena frammentazione del paese.

 


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