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Nicola Fangareggi

Una volta, ogni tanto


di Nicola Fangareggi

Va dato atto ai radicali, nelle loro perenni trasformazioni, divisioni e riesumazioni, di avere contribuito negli ultimi cinquant’anni a rendere la politica italiana un ceto più vicino ai problemi concreti e individuali dei cittadini, ossia a ciò che nel mondo – e anche da noi, almeno dagli anni Settanta – si chiamano “diritti civili”.
 
Un paese a forte influenza vaticana come il nostro ha faticato molto più di altri a riconoscere come doverose misure collegate alla sfera privata degli individui. Ciò, talvolta e anche spesso, a causa di un’azione politica della Chiesa cattolica che, soprattutto nel passato, svolse un ruolo di attore politico diretto influenzando e anche sostituendosi alla naturale funzione dei partiti (ricordiamo, in particolare, la battaglia contro la legalizzazione del divorzio, e alla sconfitta da essa subita nello storico referendum del 12 maggio 1974).
 
Il voto che ha reso legali una serie di misure correlate al diritto ad una morte dignitosa è arrivato tardi, ma è arrivato. Questo dimostra come, carsicamente, la società civile italiana e talvolta la sua rappresentanza parlamentare riesce a uscire dal Palazzo e comprendere da vicino i bisogni del popolo. I radicali abusarono dello strumento referendario, specie in passato, ma se oggi questo paese ha adottato il divorzio, la possibilità di uscire dal macello sociale e culturale dell’aborto clandestino, il no sancito anch’esso da un voto referendario alla costruzione di centrali nucleari; un paese dove una coppia omosessuale può legarsi in forma di unione civile (non è ancora un matrimonio, ma in sostanza vi somiglia molto) e nel quale, finalmente, a ciascuno di noi assicura la facoltà di esprimersi come interpretare, con quale concetto di dignità e attraverso quali mezzi il passaggio conclusivo della nostra esperienza terrena lo si deve alla pervicace ostinazione non tanto di quel gruppo sempre un po’ scalcagnato inventato da Marco Pannella e poi in parte ripreso in mano da Emma Bonino, ma al senso di autentica presa di coscienza e consapevolezza culturali che, nel corso del tempo, sono penetrati anche nelle generazioni più giovani e che, oggi, hanno prodotto un altrimenti improbabile convergenza tra forze politiche tra di loro ostili e per di più impegnate in una feroce campagna elettorale (parte del Pd, ciò che vi è nato a sinistra, il filone liberale che da sempre sopravvive in Forza Italia e, soprattutto, il Movimento Cinque Stelle).
 
In Parlamento i radicali hanno trascorso poco tempo, in questi cinquant’anni, e quando vi sono stati hanno sempre saputo lasciare il segno. Talvolta commettendo errori marchiani (Cicciolina, Toni Negri, lo stesso appoggio di Pannella alla repentina elezione al Quirinale di Oscar Luigi Scalfaro).
Eppure, le pagine migliori della politica repubblicana portano sovente la loro firma. Da vivi, da morti, da apparentemente assenti. 
 
Da almeno un ventennio l’arco di rivendicazioni politiche della sinistra italiana, soprattutto tra i giovani e nell’associazionismo, sembra ricalcato con il copiaincolla dalle battaglie radicali degli anni Settanta e Ottanta. Anni nei quali i giovani della sinistra tradizionale (e non solo i giovani, certo) bollavano i diritti civili come questioni marginali, private e dunque eretiche, essenzialmente figlie di una cultura elitaria e distanti dagli autentici bisogni delle masse. 
 
La sinistra è lenta a comprendere i processi di cambiamento nella società – e anche per questo viene sconfitta oggi praticamente in tutta Europa. L’agenda globale ed europea di oggi evoca scenari palingenetici completamente estranei alla confusione anche culturale delle sinistre occidentali. Anche per questo, e anche da noi, saranno di nuovo sconfitte: meritandoselo per negligenza e per arroganza intellettuale. Qualcosa, tuttavia, oggi si è portato a casa, dunque non è giorno di polemica. Chissà che da qualche rara vittoria politica come questa non scaturisca una medicina miracolosa che renda coloro i quali si sono sempre detti “progressisti” finalmente capaci di comprendere una declinazione di “progresso” che perlomeno comprenda anche una meta. 


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16/12/17 h. 7.00
Penso alla sinistra reggiana dice:

anche quella emigrata (fortunatamente per noi) a Roma e a Bologna...definirli negligenti e arroganti intellettuale è fare loro i complimenti.
Auguriamo loro una lunga e promettente carriera...lontano da Reggio!

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