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Claudia Vago

Twitter e la Concordia


di Claudia Vago

Il 19 gennaio scorso ero invitata a un incontro sulla comunicazione ai tempi di Twitter presso la sede della Luiss, a Roma. Ho parlato della mia esperienza di "contastorie", di social media curator cominciata dalla rivoluzione tunisina e continuata nel corso di tutto il 2011 per raccontare quanto succedeva nel mondo. Ho parlato anche di Year in Hashtag spiegando che la scelta di realizzarlo dipendeva, principalmente, dalla presa di coscienza del fatto che la maggior parte dei grandi eventi accaduti nel corso del 2011 erano stati raccontati prima, meglio o diversamente dalla Rete e attraverso Twitter in particolare.

Twitter, nel corso del 2011, si è affermato come lo strumento migliore per raccontare in tempo reale un avvenimento da parte di chi quell'avvenimento lo sta vivendo. In conclusione al mio intervento Riccardo Luna, moderatore dell'incontro, mi ha chiesto di pensare a quale grande evento recente, avvenuto nel nostro paese, fosse stato assente dai social network e perché. Non ho esitato un secondo: il naufragio della nave da crociera Costa Concordia. E provo a spiegare cosa intendo.



Non è certamente il solo evento che non trova in Rete, e penso in particolare a Twitter, il suo luogo privilegiato di espressione. E' il caso, per esempio, del movimento dei forconi, che ha diverse pagine Facebook a sostegno ma nessuna voce che su Twitter ne racconti le rivendicazioni e le evoluzioni in tempo reale. Nel caso del movimento dei forconi credo che l'assenza di racconto sui social network abbia ragioni principalmente politiche: scegliere di fare a meno dei media tradizionali (o almeno di non cercarli come soli interlocutori) è una precisa scelta politica che bene si adatta alle rivoluzioni della cosiddetta "Primavera araba", movimenti di protesta atipici, senza leadership come intendiamo comunemente, nate e cresciute fuori dalle organizzazioni tradizionali (partiti, sindacati, associazioni…). Da quello che si capisce al momento, la natura del movimento dei forconi è molto diversa.

Il naufragio della Costa Concordia non è stato raccontato in diretta dagli ospiti della nave su Twitter per altre ragioni. E la principale è che a bordo della nave non c'erano utenti di Twitter. Non che mancassero gli smartphone o che la situazione impedisse di documentare i fatti: da più parti si sono sentiti racconti di persone che giravano video e scattavano foto con il proprio telefono, almeno nei momenti meno concitati.

Twitter è stato molto attivo ma nel riportare notizie che arrivavano da media stranieri (a lungo si è discusso sul ritardo e la latitanza delle televisioni italiane), da agenzie di stampa ma quasi mai da testimoni diretti dell'evento e ha generato un gran numero di messaggi di commento dell'evento da parte di persone a casa. Gli ottimi Storify realizzati dal Tirreno evidenziano molto bene questa caratteristica.



In questo contesto, il lavoro dei social media curator diventa abbastanza marginale, per non dire inutile. Ed è una delle ragioni per cui non mi sono occupata per nulla di "curare" notizie sul naufragio: non disponendo di fonti dirette provenienti dai social media avrei fatto lo stesso lavoro che qualunque giornalista avrebbe potuto fare, indubbiamente meglio di me. Ma la cura delle informazioni che circolano in tempo reale e la successiva riaggregazione in storie dotate di senso (come per esempio attraverso degli Storify) non è la sola possibilità per fare "giornalismo 2.0" usando la Rete come fonte per la costruzione di storie.

Un'altra cosa che si può fare, per esempio, è raccogliere storie, selezionando quelle che si trovano o sollecitandone l'invio. E' un po' quello che voleva fare #ioracconto, un progetto nato per raccogliere storie dopo la manifestazione di inizio luglio in Val di Susa, quando io e Maximiliano Bianchi, in Rete Strelnik, un amico con cui ho realizzato diversi progetti, ci siamo resi conto che la maggior parte dei racconti che arrivavano dalla Rete nei giorni successivi aveva un filo conduttore comune e, soprattutto, differiva dal racconto che invece i media tradizionali facevano all'unisono.

Ecco quindi che è nata spontaneamente l'idea di raccogliere queste storie e di creare una piattaforma da usare in qualsiasi momento per raccogliere racconti secondo alcuni criteri: che arrivassero dalla Rete e non dai media tradizionali, che parlassero di un evento ignorato o che avessero un punto di vista diverso e capace di arricchire il quadro, che i racconti arrivassero "a freddo", non durante lo svolgersi dell'evento ma a posteriori, con un maggiore distacco da parte del narratore e di chi ascolta. Un'iniziativa di crowdsourcing, insomma, finalizzata alla creazione di un racconto collettivo e corale intorno a un evento.

Il 14 gennaio, a meno di 24 ore dall'inizio del naufragio della Costa Concordia, Il Resto del Carlino lancia questo appello via Twitter:


Ho trovato l'iniziativa sbagliata per moltissime ragioni e provo a riassumere le principali.

Innanzitutto, se Il Resto del Carlino sta usando la Rete per raccogliere storie su un evento in corso si sarà certamente reso conto che in Rete non esistono storie raccontate spontaneamente. Forse è presto, forse chi si trova ancora in difficoltà non ha modo di raccontare, forse Twitter, che sarebbe lo strumento più adatto in quel momento, non è diffuso e utilizzato da chi si trova sulla nave. Fatto sta che la storia è raccontata in Rete da occhi esterni, non dai protagonisti che Il Resto del Carlino vorrebbe intercettare.

In secondo luogo, manca un qualunque link, riferimento che spieghi come inviare la propria esperienza. Davvero al Resto del Carlino pensano che si possa raccontare un'esperienza in un tweet? E davvero non capiscono che un conto è raccontare le cose mano a mano che succedono (lasciando poi il compito a un curatore di riaggregare i singoli frammenti per costruire una narrazione), altro è raccontare un evento a posteriori, avendo tutta una storia nella testa?



Non credo sia corretto parlare di sciacallaggio. Voglio pensare che da parte del Resto del Carlino non ci fosse nessuna intenzione di speculare sul dramma in corso per "mettersi in mostra" e sono confortata in questa ipotesi tornando a sottolineare la mancanza di link nel tweet: se avessero voluto approfittare dell'attenzione intorno al tema avrebbero sicuramente inserito un link per aumentare il numero di visitatori alle proprie pagine. E avrebbero usato un hashtag, quello che al momento serviva a identificare i messaggi sul tema, per ottenere più visibilità nel flusso di tweet.

Credo però che si possa parlare di ingenuità e di scarsa conoscenza dei mezzi che si stanno utilizzando e delle loro potenzialità, il non capire che non tutte le storie possono essere raccontate attraverso la Rete, che non tutti i momenti e non tutti i luoghi sono quelli giusti, che una narrazione ha sempre bisogno di una voce narrante che colleghi le singole storie l'una alle altre. E questo è quello che mi lascia, più di tutto, l'amaro in bocca.


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25/01/12 h. 19.13
alessandro ferrari dice:

Il punto di vista di un comunicatore d?azienda? Semplice, persino banale: che sia un mezzo o un ambito relazionale, e in fondo ciò poco conta, twitter sta rivoluzionando il mondo dell?informazione con implicazioni che avranno effetti duraturi nel lungo periodo. Lo si voglia o meno, piaccia o non piaccia. Come tutte le innovazioni, e come Internet in primis ha insegnato, sta suscitando una buona dose di perplessità, qui e là elevate a dubbio e a resistenza al cambiamento. Tuttavia, la schiera inevitabile dei detrattori - tali, forse, per pura pigrizia mentale o, più spesso, per mere questioni anagrafiche - è destinata ad assottigliarsi strada facendo. Poi è ovvio: l?impronta che ognuno lascia su twitter dipende dal ruolo che interpreta, dalla personalità (qui potremmo aprire un?interessante parentesi...), dagli interessi che più stanno a cuore. Tuttavia, pur tenendo conto delle specificità dello ?strumento? occorre non dimenticare mai che la comunicazione è in primo luogo ascolto e dopo, solo dopo, ingaggio e conversazione. Professionalmente, e qui chiudo, posso testimoniare il fatto che da twitter ? così come da altri social media ? non si può trarre che arricchimento. Molto. E, aspetto non di secondo piano, opportunità per aprirsi interessanti sbocchi professionali. Il caso di Tigella e di Barbapetra ne sono l?esempio emblematico, forse il migliore. Certo, il digital divide che ancora impera in questo Paese non facilita la vita, a nessuno. Ma questo, davvero, è tutto un altro discorso.

24/01/12 h. 15.54
Mauro Bigi dice:

Interessante, come sempre. Anche per i neofiti, per capire lo strumento.Complimenti alla redazione anche per la foto notturna.

24/01/12 h. 12.45
pippo dice:

Riflessione molto interessante per capire le dinamiche sui social network e le relazioni con il mondo dei media. Una cosa che non ho capito: ma come campa un social media curator ? A parte la curisoità mi sembra sia sempre importante capire da dove arrivano i fondi per chi si occupa di comunicazione. Un tweet lo può fare chiunque, ma chi fa sistematicamente questa attività perché la fa? Ok per un po' può essere che gli piace (ed è anche molto utile) ma poi ?

24/01/12 h. 12.10
@barbapreta e davide dice:

ogni forma di comunicazione prevede che qualcuno comunichi qualcosa e qualcun'altro riceva questa comunicazione interpretandola secondo le sue possibilità.
i mezzi di informazione tradizionali dovrebbero fornire ai loro fruitori una prospettiva sugli eventi più rilevanti, esprimendo un punto di vista compatibile gli interessi del loro editore(oltre che con la dignità dei giornalisti che ci scrivono) e cercando di conquistare più persone possibili al proprio punto di vista, per vendere più copie e acquisire maggiore influenza sul target che cercano di raggiungere. in questo caso molto dipende dalla maggiore o minore possibilità del lettore di "capire" le notizie e leggere tra le righe, dedicando del tempo a confrontare le narrazioni proposte dai diversi mezzi di informazione e condividendo chiavi di lettura alternative o punti di vista dissonanti per svilupparli in un processo collettivo e cooperativo. In questo senso, twitter è certamente uno strumento che può - e lo ha dimostrato in più occasioni - risultare particolarmente utile, tanto quanto facebook può essere molto efficace nel diffondere informazioni e stimolare reazioni tra un pubblico molto più vasto di quello che decide consapevolmente di sbattersi per tenersi informato sui fatti del suo paese e del mondo. ovviamente twitter ha anche altre funzioni altrettanto importanti: dà la possibilità, per esempio, ai protagonisti di fornire il loro punto di vista in modo diretto e senza la mediazione dei mezzi di informazone, permettendo alle persone interessate e minimamente in grado di districarsi nella rete di avere accesso ad alcune "fonti" dirette. Internet è certamente la più grande rivoluzione nella comunicazione dopo gutemberg per altre innumerevoli ragioni, quella che volevo criticare è la facilità con cui è possibile selezionare(o addirittura produrre) le testimonianze/fonti su twitter in chiave strumentale al fine di creare un "hype" in grado di condizionare l'opinione pubblica diffondendosi su facebook e sui mezzi di informazione tradizionali. rispetto a questo l'enfasi che viene posta sulle grandi possibilità di fornire informazioni sugli eventi in presa diretta e sulla base di un processo cooperativo dovrebbe essere a mio avviso bilanciata mettendo in luce le possibilità di condizionamento offerte da twitter a quello stesso sistema informativo tradizionale che, avendo risorse nemmeno comparabili a qualsiasi sforzo volontaristico dei pur bravi giornalisti che su twitter si preoccupano di mettere in luce la realtà e non di portare a casa la pagnotta alla fine del mese, alla fine dei conti isola, sommerge o assorbe inevitabilmente qualsiasi spunto critico.

24/01/12 h. 11.08
Davide dice:

Rispondo a "gay girl in Damascus" con una notazione molto "operativa", per così dire, che mi sembra di poter verificare nel tempo sui due mezzi: su Facebook se una palla inizia a girare è facile che in un certo giro di persone non ve ne sia mai una che ha accesso a informazioni che smontano la palla/fake/falso, come volete chiamarla. Difficile anche che qualcuno esterno alla loro cerchia di amicizie intervenga, se non su una pagina pubblica.

Su Twitter la cosa è più immediata: clicchi l'hashtag e trovi il flusso di tweet che "smonta" il falso. Certo, ci vuole che le voci critiche s'impongano nel flusso...

Ma in realtà questo tema mi sembra estraneo al ragionamento di Claudia.

23/01/12 h. 19.21
lupetto mannaro dice:

complimenti Claudia: lucida, competentissima, e capace di spiegarsi anche con chi non twitterà mai, per incapacità di trovare il sentiero nella foresta amazzonica dei ciguettii

23/01/12 h. 18.53
barbapreta dice:

@gaygirl sai chi ha scoperto che la gay girl non era una gay girl? Andy Carvin. Sai come lo ha fatto? soprattutto attraverso TWitter, collaborando con una comunità di attivisti, blogger etc. che ha costruito negli anni anche attraverso e soprattutto attraverso Twitter. Andy si è messo al lavoro, ha visto che molte cose non tornavano nella storia di Gay Girl, ha chiesto aiuto alla sua community, ha scavato e tutti assieme, soprattutto attraverso twitter sono riusciti a smontare quella storia. Se avessimo aspettato i giornalisti "che non perdono tempo su twitter" forse quella storia non sarebbe mai stata smontata. Qui lo storify di Andy sulla vicenda:
http://storify.com/acarvin/the-gay-girl-in-damascus-that-wasnt
Cosa penso di twitter, velocità, storie vere e false l'ho scritto qui:
http://barbapreta.wordpress.com/2012/01/05/precipi-twitte-volissimevolmente/
Non credo che twitter sia la più importante rivoluzione comunicativa dai tempi di gutenberg ma, si, penso che internet lo sia.

23/01/12 h. 16.24
a gay girl in damascus dice:

cara tigella (ma la domanda è ovviamente rivolta anche a barbapreta, al direttore e a tutti coloro che nel corso dell'ultimo anno si sono convinti che twitter sia la più grande innovazione nella comunicazione scritta dopo l'invenzione della stampa a caratteri mobili), se è vero che twitter permette di raccontare fatti in tempo reale attraverso testimonianze in presa diretta e di mettere assieme tutte queste testimonianze in una narrazione unitaria e più o meno coerente, cosa pensate delle incredibili opportunità che questo strumento e questo approccio mettono a disposizione di chiunque voglia diffondere notizie false, o spacciare punti di vista parziali e strumentali per narrazioni obiettive e "in presa diretta"? certo, una volta per leggere le notizie di oggi sarebbe stato necessario attendere i giornali di domani, e tra l'oggi e il domani ci sarebbe stato il tempo sia per fare una ricerca approfondita sui fatti e sulle fonti sia per realizzare falsificazioni sistematiche e grandi campagne di disinformazione, ma siamo sicuri che accorciare i tempi che intercorrono tra un evento e le notizie che ne danno conto sia sufficiente a fornire una lettura più autentica dei fatti? la storia della ragazza gay di damasco che raccontava la repressione di assad in siria, ma in realtà era un ciccione americano che postava su twitter e sul suo blog dalla sua comoda postazione internet nel new england, in questo senso mi sembra abbastanza emblematica.

23/01/12 h. 16.12
barbapreta dice:

@giovanna per orientarsi rapidamente (senza perdere trmpo) in un ambiente ostile o che non si conosce normalmente usiamo una bussola dico bene? il segreto è trovarsi delle buone bussole che ci permettano di orientarci anche nel flusso di twitter senza perdere tempo. le interessano i movimenti sociali o le vicende tunisine? segua @tigella, le interessa la politica locale? segua @fangareggi etc. etc. Si cerchi delle buone bussole per i suoi interessi e non dovrà rinunciare al resto
@leonardi hai proprio ragione, siamo tutti degli sfigati

23/01/12 h. 14.38
Giacomo Leonardi dice:

tw e fb sono roba da sfigati cosmici

23/01/12 h. 14.21
Giovanna dice:

Ecco, mi piacerebbe conoscere un non-giornalista, non-smanettone, non-nerd, non-lavoratore-o-studioso-dei-media-o-new-media, cioè il 99,9% degli umani, che ha il tempo di mettersi lì e leggere tutti i messaggini che arrivano a valanga via Twitter (anche su un singolo #).
Dando per scontato che per vivere questi abbia bisogno di lavorare, abbia una famiglia o un/a compagno/a e abbia delle relazioni sociali da coltivare off-line, a quale media o "ambiente comunicativo" dovrebbe dedicare il tempo che gli rimane per informarsi? A Twitter? Ridicolo, con tutto quel bendidio che offre la Rete!

23/01/12 h. 11.53
barbapreta dice:

Davvero una riflessione interessante e che mi trova pienamente d'accordo Claudia. Mi piace soprattutto quando scrivi "non capire che non tutte le storie possono essere raccontate attraverso la rete". È un nodo cruciale a mio avviso ed è collegato ad un malinteso, una percezione sbagliata: quella del web 2.0 e degli ambienti comunicativi che in esso si sviluppando come di "media". Ne ho twittato anche a roma durante la conferenza: twitter non è un media, se per media intendiamo uno strumento. è appunto un ambiente comunicativo, con precise regole non solo narrative ma anche relazionali. Un ambiente specifico offre risorse stupende per fare certe cose ma si rivela inadeguato per altre: una camera da letto è un ambiente straordinario per molteplici attività, ma sicuramente non per friggere un uovo ad esempio.

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