Facebook Twitter You Tube Google Plus Flipboard
Lunedì 22.05.2017 ore 21.19
Sei qui: Home | Reggio, da Trento una lezione di grinta
0 Commenti
  • Aumenta dimensione testo
  • Diminuisci dimensione testo
  • Invia articolo
  • Stampa articolo
Matteo Fortelli

Reggio, da Trento una lezione di grinta


di Matteo Fortelli

Grissin Bon Reggio Emilia – Dolomiti Energia Trento 75-87

La Grissin Bon perde e decide di farlo nel modo peggiore possibile, almeno per un reggiano. Ossia senza combattere; anzi, ancora peggio, smettendo di combattere non appena il livello della contesa veniva a intensificarsi.



Ph. © 2017 Alessandro Catellani

Si sa, a Reggio puoi anche uscire dal parquet sotto nel punteggio, ma se hai dato tutto il Bigi ti applaudirà egualmente. Se però non sei propenso a lasciare in campo cuore, sangue, palle e polmoni, ecco iniziare i malumori, qualche fischio, qualche tensione dentro e fuori dal campo.

Per tutti è forse sufficiente la rabbia di coach Menetti in sala stampa, che parla di “notevole passo indietro” rispetto alla prestazione scintillante di Venezia e alle comunque buone prove della Final Eight di Rimini: “Prima si butta in campo tutto quello che si ha, e solo dopo iniziamo a parlare di questioni tecniche”, ripete Max, sottolineando che i motivi della prestazione vanno ricercati anzitutto nella mollezza mentale e nella poca voglia di “stare” in partita, fino alla fine, fino alla morte.

Certo che Trento, squadra in nettissima fase ascendente e capace di esprimere la difesa migliore del campionato, almeno da un paio di mesi a questa parte, è team ostico e rognoso, composto da tanti Usa di caratteristiche tutto sommato simili (se ci consentite: non troppo alti, non troppo bassi, sempre molto atletici), in grado di mettere pressione sull’1 contro 1, in ogni singolo duello, in difesa come in attacco, cambiando sempre in marcatura e senza abbassare mai il livello della pressione sulle linee di passaggio. Con show anche altissimi sugli esterni e con la capacità di “mandare” il lungo avversario dove la difesa meglio lo può controllare.

L’Aquila, così, è stata in grado di esasperare i limiti tipici di questa Grissin Bon. Limiti che conoscevamo anche prima, ma che il tipo di gioco dei nero-bianchi pare fatto apposta per ricalcare. La discontinuità, certo, ma anche la scarsa capacità di raccordare il gioco degli esterni con quello dei lunghi.

Spesso, nei momenti difficili, Reggio aveva il costume di appoggiarsi a iniziative individuali e un po’ estemporanee degli esterni, magari relegate al solo tiro da tre. Con Trento è successo quasi il contrario, con il pallone che andava sempre sotto, ma con l’impressione che fosse non per deliberata scelta bensì, piuttosto, per assenza di alternative.

Tanto che la Grissin Bon si è presa solamente 16 tiri da tre, una vera miseria per un team che viaggia normalmente a 25.1 di media, quarta nel campionato (l’ultima è Cantù con 19.9, tanto per capirci). Viceversa, i tiri presi dall’area sono stati 45, assolutamente al di sopra non solo della media di Reggio (37.2, terz’ultima in serie A), ma anche della prima classificata in questa speciale classifica (Pistoia, con 44.7).

Ossia i biancorossi, che normalmente si appoggiano al tiro da tre, in modo forse eccessivo e scordandosi un po’ dei lunghi (Reggio è quattordicesima su 16 nei tiri da due, appunto), si sono trovati a quasi snaturare completamente il gioco, con un “self-restraint” dei piccoli davvero incomprensibile.

E questa può essere davvero la domanda su cui in modo anche un po’ improprio e dietrologico si sta scatenando il lato oscuro della reggianità, quello del “quando-si-perde”: perché gli esterni hanno preso così pochi tiri? Le risposte possibili variano.

Prima: periodo di (ancora) scarsa forma, soprattutto per il rientrante Aradori e dell’un poco spaesato Amedeo. Seconda: necessità del team di registrarsi, specie rispetto ai nuovi innesti, non a caso tutti nel settore lunghi, con un equilibrio quindi ancora da ben ritrovare tra i due settori della squadra biancorossa.

Terza: capacità di Trento di snaturare il gioco reggiano, forse anche a fronte di un piano partita che prevedeva di creare mismatch sotto (sfruttando la maggiore altezza del frontcourt reggiano), piano mandato a monte dalla straordinaria prestazione dell’unico “alto” bianconero, quel Baldi Rossi che invero è buonissimo giocatore e ottimo prospetto.

Di tutte, ci piace la terza. Non è detto che non sia salutare. La due giorni di Coppa Italia ci ha lasciato due sensazioni, una positiva e una negativa. Quella positiva è un ritrovato ruolo di “contender”, ossia di valida alternativa all’Olimpia Milano, tenuta dietro per 36 minuti su 40 nella nota semifinale.

La nota negativa, invece, le eccessive polemiche in merito al modo con cui la sconfitta è maturata, quasi che la colpa fosse solo ed esclusivamente ascrivibile a uno e un solo “capro espiatorio”.

Entrambe le circostanze, lo sappiamo, ci fanno male. Le polemiche interne allo spogliatoio alla lunga tolgono energie; l’idea di “essere arrivati”, per un team che peraltro si è appena ricostruito per la terza volta (“da inizio stagione mi sembra siano passati cinque anni”, osservava un realista Menetti in conferenza stampa), è del tutto deleterio.

Bene che arrivi una Trento a svegliarci e a ricordare che senza grinta e senza volontà di sudare ogni pallone non si va da nessuna parte.


  • Condividi:
  • Aggiungi a Del.icio.us
  • Aggiungi a Technorati
  • OKNotizie
Esprimi il tuo commento