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Fabrizio Montanari

Reggio cieca davanti alle Br


di Fabrizio Montanari

Lo scopo di questa riflessione non è quello di scrivere o riassumere la genesi reggiana delle Brigate rosse che molti hanno già fatto in passato, ma quello di ricordare come esse furono vissute a Reggio e dimostrare come già a partire dal 1968 si potessero intuire le premesse politiche e la matrice ideologica del terrorismo politico.

 
Seguendo l’input del direttore Fangareggi azzardo qualche personale considerazione in proposito. Solo dopo l’uccisione dell’on. Moro è iniziata da più parti una dolorosa opera di autocritica per non aver compreso in tempo il fenomeno terroristico. A una domanda però non si è ancora risposto in modo convincente: perché solo allora è iniziata tale riflessione? Da Reggio Emilia molti giovani sono partiti per arruolarsi nelle Br nell’indifferenza totale della sua classe dirigente. 
 
Si è assistito a una miope sottovalutazione del fenomeno, considerandolo ininfluente e passeggero. Eppure erano giovani che avevano partecipato attivamente alle lotte studentesche, assimilandone la logica più violenta. Rispondevano a nomi già noti alla polizia, ai dirigenti del partito di provenienza, da tutto il movimento studentesco. La cosa strana è che tutto accadde in una città dove nulla passava inosservato, dove ogni formazione politica era sospetta al Pci,  che deteneva l’assoluto controllo della vita sociale, culturale ed economica.

 
Come si sono potute sottovalutare o tollerare le premesse ideologiche che erano i presupposti dei primi atti di lotta politica violenta, risalenti alla fine degli anni sessanta? Per quale motivo non si iniziò per tempo da parte del Pci, partito dal quale provenivano, un’aspra critica alle posizioni staliniste e dogmatiche di quei gruppi, invece di optare per un loro recupero? La vecchia impostazione politica secchiana pesava ancora così tanto? Per quale ragione si negò il pericolo proveniente da gruppi come il Collettivo politico operai studenti e Sinistra proletaria? 
 
Per troppo tempo si continuò a sostenere la tesi del complotto internazionale, confondendo ogni forma di terrorismo sia che fosse rosso o nero. Anzi esso non poteva che essere nero. I giovani estremisti che avevano lasciato la Fgci restavano “compagni che sbagliano”. Venivano criticati, ma nello stesso tempo si cercavano le motivazioni per giustificarli. Il mito della resistenza tradita, i fatti del luglio sessanta non potevano essere sufficienti per comprenderli.

 
Solo più tardi da “compagni che sbagliano” diventarono dei nemici da combattere. Molti militanti di base faticarono a lungo prima di metabolizzare la verità. E’ difficile infatti svegliarsi un mattino e convincersi che la verità è completamente diversa. Le ammissioni il Pci le fece molto tardi, troppo per cercare d’evitare molti guai. Alberto Ronchey nel suo Libro bianco sull’ultima generazione afferma: “Nel riconoscere i connotati e le dimensioni reali delle Br, il ritardo dei comunisti è durato dal 1972 al 1977. Il Pci avendo eluso la necessità d’una revisione ideologica persuasiva e coerente mentre la sua evoluzione lasciava un vuoto a sinistra, non ha misurato gli effetti delle supersemplificazioni traumatiche divulgate per decenni, sottostimando le pulsioni settarie (veteroleniniste o staliniste) a rimuovere o sopprimere l’avversario. Non pochi nel Pci hanno giudicato a lungo le Br come quella etichetta che fa comodo a chissà chi, anche se dovevano conoscere i gruppi di militanti passati all’ultrasinistra e poi alla clandestinità. 
 
Ma gran parte dell’opinione di sinistra e della stampa, fra il 1972 e il 1977, vedeva nelle Br nient’altro che un prolungamento delle trame nere… Per troppo tempo non pochi reputano le Br una provocazione fascista mascherata. Il primo riconoscimento pieno d’una sedizione rossa dopo quella nera, espresso dall’apparato del PCI, è forse in una intervista di Ugo Pecchioli alla fine del 1977. La prima analisi rigorosa è il rapporto di Bruno Bertini (responsabile della scuola di partito) all’Istituto Togliatti, a gennaio 1978, con l’avvertenza che “oggi non ci troviamo più di fronte a un prolungamento della strategia della tensione” e sono sbagliate le tesi “giuste negli anni intorno al 1970”, per le quali tutti gli episodi si possono ricondurre al “complotto reazionario mascherato con etichette di sinistra”.

 
 
Ronchey prosegue ricordando che il segretario della federazione comunista di Reggio Emilia Antonio Bernardi, “ha assicurato che la vigilanza contro l’estremismo fu severa, anche se ci fu una inconscia reticenza nel parlarne fuori dal partito”. Nel gennaio del 1978 su Rinascita comparve un intervento di Fabio Mussi nel quale affermava: “A lungo si è creduto che Brigate rosse fosse un semplice travestimento del terrorismo fascista, magari perseguito con la più tradizionale tecnica dell’infiltrazione. Oggi dobbiamo riconoscere che, a cavallo degli anni ’70, si è formato in Italia un terrorismo di sinistra”. 
 
Altro motivo di riflessione poi sta nella constatazione che il terrorismo politico, quindi non quello religioso, nazionalista o etnico, tipici dell’Irlanda del Nord, della Spagna o della Francia, appartenne solo alle nazioni che avevano perso l’ultima guerra mondiale. 
 
Cioè la Germania con il gruppo Baader-Meinhof e l’Italia con le B.R. Una possibile spiegazione risiede nella comune frustrazione vissuta dalle parti in conflitto. Mentre gli antifascisti, specie i comunisti, hanno visto svanire l’illusione di poter edificare una società socialista e hanno gridato alla resistenza tradita, i fascisti hanno coltivato in silenzio e poi manifestato un sentimento di rivincita e di vendetta. In una città come Reggio Emilia che aveva vissuto la resistenza e sofferto fino all’ultimo lutti e violenze, tutto ciò risultava ancora più vero. Pochissimi attivisti del movimento studentesco reggiano si resero conto di ciò che bolliva in pentola.

 
Molti degli stessi occasionali frequentatori dell’appartamento non avevano neppure lontanamente immaginato una simile evoluzione. In realtà c’erano due livelli di battaglia politica: quella alla luce del sole delle assemblee studentesche e operaie e quella che clandestinamente metteva le basi della lotta armata. I dirigenti del PCI, gli uomini del servizio d’ordine e l’Anpi, probabilmente sapevano leggere quei fatti con altri occhi e confidavano in un suo rapido esaurirsi. 
 
Forse fu la volontà di mantenere l’egemonia politica a Reggio che spinse il partito a non scoprire le sue contraddizioni interne. Quando però l’evidenza dei fatti s’impose (assassinio di Guido Rossa e di Aldo Moro), gli stessi dirigenti comunisti riconobbero e ammisero la matrice ideologica di sinistra. Rossana Rossanda per indicarne la provenienza parlò di “Album di famiglia”. “Il partito di lotta e di governo” predicato da Enrico Berlinguer non si mostrò più sufficiente ad arginare la violenza eversiva e si dovette giocare a carte scoperte.


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10/02/17 h. 8.34
Fabrizio Bigi dice:

Una piccola riflessione su fatto che la Polizia che, come è stato detto, all'epoca sapeva morte e miracoli di ogni gruppuscolo organizzato, non intervenne prontamente o lasciò che il fenomeno degenerasse?

08/02/17 h. 21.16
mo ve che bela trega ed tatoun trinariciuuu dice:

Povret imbambii arsan comunesta dal cas, a moor tanta ginta e chi brigatesta basterd infamas in incoira al mondo c'ag gnes un brot mel a tot e anca a vueter fels sinester cun al rolex. Ande a cagher setmein di me maroun.

07/02/17 h. 20.36
Marius dice:

Negli anni '60 lo Stato, i carabinieri e la polizia erano visti dalla sinistra come nemici. La Polizia e i Carabinieri combattevano contro il PCI arrivando anche a sparare o a suicidare persone (Pinelli) e organizzare colpi di Stato senza grosse reazioni o punizioni. Molti comunisti dovendo scegliere tra Stato e neonate BR restavano indecisi, non avevano una posizione netta. Poi le BR alzano il tiro e la scelta diventa obbligata. Da "compagni che sbagliano" a nemici del comunismo. Questo è successo nella base del Partito dal '70 al '75, una base che ragionava magari in maniera istintiva ma composta in maggioranza da persone che avevano vissuto il fascismo e anche il neofascismo e per valutare le loro opinioni bisognerebbe capire il clima di quegli anni.

07/02/17 h. 17.59
Ah beh dice:

Tadolini è quello che ha definito nei giorni scorsi il "triangolo della morte" come un genocidio.
Un sciocchezza unica, intanto per le dimensioni, ma anche per le caratteristiche, che col genocidio non hanno nulla a che vedere

07/02/17 h. 0.33
Che dire dice:

Che dire?
Ogni tanto si riscopre l'acqua calda.....sempre le stesse analisi....sempre gli stessi dubbi.....magari qualche riflessione sulla società reggiana,sugli altri partiti...
e magari anche dire che se la maggior parte dei ragazzi comunisti non li seguirono,qualche spiegazione ci sarà o no ?
Nelle br dell'inizio qualche rozza idea politica forse poteva anche essere plausibile....ma da quando iniziarono le rapine e gli omicidi...solo delinquenti comuni...senza se e senza ma..

06/02/17 h. 23.14
Antitaliano dice:

La geometria secondo i nostalgici come Tadolini: il triangolo Reggio-Modena-Bologna.
Visto che Benito era così amante dei fasti dell'antica Roma, ci si aspetterebbe che almeno la linearità della Via Emilia fosse un vostro patrimonio; invece...

06/02/17 h. 18.20
Giorgio dice:

Perfetta e coraggiosa ricostruzione Montanari. Ormai il fenomeno Br è solo una brutta pagina della nostra storia. Ma restano ancora troppi punti oscuri, soprattutto a Reggio, sugli appoggi, le dimenticanze e gli aiuti ricevuti. Dobbiamo aspettare trenta anni e un altro "chi sa parli"?

06/02/17 h. 17.57
Luca Tadolini dice:

Una Reggio Emilia che tace sul suo Fascismo (lo nasconde) ... che tace sul suo Triangolo della Morte (lo nega ...), ... che tace sulle sue Brigate Rosse (non conviene)... che tace sulla sua 'ndrangheta (ha paura) ...

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