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Miten Veniero Galvagni

La morte del Pirata


di Miten Veniero Galvagni

“Marco, perché vai così forte in salita?”
“Per abbreviare la mia agonia”

Marco Pantani intervistato da Gianni Mura su La Repubblica, 15 febbraio 2004
(articolo pubblicato il giorno successivo alla morte del Pirata)



Il giorno 14 febbraio 2004 venne trovato, in un residence di Rimini, il cadavere di Marco Pantani. È passato quasi un mese dall'anniversario di quella morte e gli organi di informazione, tranne qualche sporadica eccezione, a mia conoscenza, l'hanno ricordato in modo dignitoso.

La procura di Rimini ha riaperto il “caso Pantani”. Marco Pantani, il Pirata, il "Pantadattilo", con 46 vittorie in una carriera da ciclista su strada con caratteristiche di scalatore puro, vincitore di un Giro d'Italia e di un Tour de France nello stesso anno (1998) e di un'infinità di tappe, tutte con difficilissime salite, in diverse competizioni, sia come dilettante che come professionista.

Anche i non appassionati di ciclismo hanno almeno sentito nominare Pantani come un grande campione del ciclismo, molti meno sanno qualcosa della sua depressione conseguente all'eco mediatica dovuta a un test antidoping, della sua esclusione dal Giro d'Italia del 2003 e da altre competizioni importanti, del suo progressivo scivolamento verso una vita tragicamente spericolata.

Quasi tutti gli sportivi, fino alla notte tra il primo e il due agosto 2014, sapevano della sua morte per overdose in un residence qualunque di Rimini. Ma attraverso Facebook, come riporto più avanti, la madre di Pantani ha fatto conoscere al mondo la sua versione dei fatti.

Nel 2015 il procuratore della Repubblica di Rimini, Paolo Giovagnoli, ha corretto l'iniziale indagine investigativa indirizzata, da dieci anni ad allora, dalla diagnosi autoptica di “morte come conseguenza accidentale di overdose” con la più pesante, e inattesa dai più, ipotesi di “omicidio volontario con alterazione del cadavere e dei luoghi”, aprendo un nuovo fascicolo iscritto a modello 44 (il registro delle notizie di reati contro ignoti).

L'ipotesi è stata avanzata dal medico legale, consulente tecnico di parte della famiglia Pantani, prof. Francesco Maria Avato, docente in ruolo presso l'Università degli studi di Ferrara, sezione medicina legale e delle assicurazioni, presso il dipartimento di Scienze biomediche e terapie avanzate, già noto al pubblico sportivo per aver sbugiardato il procuratore della Repubblica di Castrovillari Franco Giacomantonio, che aveva sempre sostenuto la morte per suicidio del calciatore del Cosenza Denis Bergamini, centrocampista 27enne molto promettente che si sarebbe volontariamente buttato sotto un autocarro sulla statale 108, all'altezza di Roseto Capo Spulico, il 18 novembre del 1989.

ll prof. Avato, sulla base dei riscontri autoptici, aveva rilevato orribili mutilazioni sul corpo del calciatore, ma la sua perizia è rimasta chiusa in un cassetto della procura di Castrovillari per 22 anni.

La nuova istruttoria sulla morte di Pantani è stata affidata al pubblico ministero Elisa Milocco ed è tuttora, ovviamente, coperta dal segreto di rito. Ma, nonostante il segreto, qualcosa è trapelato, anche se non si sa bene da quando e per opera di chi.

Ne diedero notizia, in anteprima, la madre stessa di Marco Pantani - Tonina Belletti - su Facebook nella notte tra il primo e il 2 agosto 2014, poi la Gazzetta dello Sport, Repubblica e, successivamente, Rai News.it, RaiNews24, il Fatto Quotidiano.it, il Corriere della Sera.it, Il Tempo.it, il Tg La7, 24Emilia, tutti i telegiornali pubblici e privati cui sono seguiti, e seguiranno, servizi e réportage sui principali giornali online e cartacei e sulle tv italiane ed estere.

Il presente articolo si propone, inizialmente, di esporre i fatti accertati, sulla base di un collage necessario al fine di dare un quadro completo di quanto descritto sin qui dai media, ognuno dei quali ha fornito alcuni interessanti particolari dello “stato dell'arte” in modo parziale: il che è ovvio, vista la necessaria fretta di ognuno di essi nel confezionare uno scoop allettante.

Successivamente, il presente articolo si propone di entrare nel merito delle ipotesi investigative finora prevalenti, da oggi stesso rinforzatesi in una sola ben precisa direzione ma, secondo l'ipotesi (solo ipotesi!) dello scrivente e di altri autori, ancora lontane dalla pista “giusta”, forse un po' troppo pericolosa da battere fino in fondo da parte degli inquirenti di ogni ordine e grado ma che, comunque, non andrebbe scartata “a priori” - quanto meno come ipotesi, appunto.

Marco Pantani venne ritrovato la sera di San Valentino, il 14 febbraio 2004, intorno alle 22, all'interno della stanza D5 (alloggio D del quinto piano) del residence “Le Rose” di Rimini, a due passi dal mare, nei pressi di largo Fellini e di via Vitelloni.

Le eco delle gesta del Pirata erano già scemate da tempo, dopo lo scandalo doping a Madonna del Campiglio nel 1999 (ematocrito di 51,1, con un valore superiore - di solo 0,9 - a quello consentito dall'Uci - Unione ciclistica internazionale), il ritorno e l'uscita di scena al Giro d'Italia del 2003.

La polizia entrò nella camera e lo trovò lì, derelitto e rigido, con il volto immerso nel sangue, elemento confermato da ciò che resta del filmato (della stessa polizia) girato sin dal primo momento in cui gli agenti entrarono nel luogo dove era stato rinvenuto un cadavere, come disposto dal regolamento di polizia giudiziaria ogni qualvolta viene chiamato il 112 per documentare la scena di un possibile crimine o di un suicidio.

Ma il medico e i paramedici del 118, chiamati dal proprietario del residence, negarono allora, come negano oggi, di aver visto quel sangue. La polizia, viceversa, da subito non ebbe dubbi. Si trattava dell'esito infausto quoad vitam di un delirio pantoclastico da overdose: la stanza si presentava come se fosse stata travolta da un uragano. In giro molta ed eloquente cocaina.

Le indagini furono veloci, 55 giorni. Un record. Alla fine tutto, secondo la questura e la procura, era chiaro. L'ex capo della squadra mobile di Rimini, Sabato Riccio, disse a quel tempo: “Abbiamo fatto un lavoro enorme e approfondito. È stata la prima inchiesta in cui si sono utilizzate le celle telefoniche per ricostruire i singoli movimenti di ognuno”.

Pantani era arrivato a Rimini la sera del 9 febbraio. Solo, da Milano Jolly Hotel, in taxi. Aveva pagato il viaggio in contanti (660 euro). Non aveva bagagli, solo una sporta di plastica e un borsello con dentro i soldi. Si era fatto lasciare davanti alla casa dei suoi spacciatori.

Aveva citofonato ma non li aveva trovati (in particolare non aveva trovato né il suo pusher preferito, Fabio Miradossa, fornitore fuggito a Napoli viste le minacciose telefonate della combattiva madre di Pantani, né Ciro Veneruso, spacciatore "semplice", entrambi condannati a scontare in carcere alcuni anni di reclusione dopo il patteggiamento in occasione della prima udienza a ridosso della morte di Pantani).

Pantani aveva preso una camera per una notte e lì era invece rimasto per i successivi cinque giorni, dei quali uno già cadavere (tra le 11, ora probabile della morte, e le 21, ora del ritrovamento del suo corpo), tranne un'uscita nel garage del residence, non visto dal portiere, per acquistare una dose di 20 grammi di eroina da Veneruso.

Era rimasto lì dentro, da solo, e nessuno - giurarono gli addetti alla reception - era entrato o uscito di lì. Il 14 febbraio per due volte (alle 10 e alle 11) Pantani aveva chiamato la portineria chiedendo l'intervento dei carabinieri per “alcune minacce”.

Addirittura un inserviente era salito di fronte alla stanza D5, aveva sentito dei rumori dentro ma aveva valutato che fosse tutto tranquillo. In fondo si trattava di un delirio di un uomo in crisi di astinenza: e che fosse lì per drogarsi non c'era dubbio, la cosa era nota a tutti.

Che non volesse disassuefarsi lo testimoniano i blister vuoti dei farmaci prescritti per la dissuasione all'assunzione di cocaina (consumati regolarmente e finiti? L'autopsia non ne rivelò traccia). Ma si comporterebbe così un uomo in preda al delirio?

Eppure questi elementi non colpirono l'attenzione delle decine di persone (tra pubblici ufficiali e civili) che invasero la scena alterandola sensibilmente, come evidenzia un filmato della polizia.

Un filmato che viola ogni procedura: perché, delle 2 ore e 56 minuti di ripresa, il video (rimasto) ne riproduce solo 51 minuti. In tale filmato si evidenzia quello che Avato definisce un “disordine ordinato”, una “scena artefatta”. Il televisore non sembra scaraventato a terra in un delirio, ma appoggiato; così come le padelle, tutte poste dal verso giusto.

Nessuno prese le impronte digitali in quella stanza. Perché? È una delle tante domande a cui la procura di Rimini proverà a dare una risposta, pur tra mille difficoltà: il residence "Le Rose" fu improvvisamente demolito poco tempo dopo.

Quasi due anni fa la mamma di Pantani - che, dal giorno in cui venne a sapere della morte del figlio, ha sempre sostenuto la tesi dell'omicidio, ma la cui certezza da tutti gli inquirenti di allora venne presa come lo sfogo di una madre che non voleva accettare la tragica realtà del suicidio di suo figlio - incaricò per le indagini difensive l'avvocato Antonio De Rensis, del foro di Bologna.

De Rensis, scrive La Gazzetta dello Sport del 2 agosto 2014, “dopo aver recuperato e letto tremila atti depositati negli scantinati della procura di Rimini e duemila della Corte d'appello di Bologna, dopo aver risentito alcuni testimoni chiave dell'epoca, sentito alcuni nuovi testimoni e avvalendosi della perizia medico legale del prof. Francesco Maria Avato (sopra citato, nda), ha presentato la settimana scorsa l'esposto a Rimini, competente sul caso, chiedendo di riaprire il caso per “omicidio e alterazione dei cadaveri e dei luoghi”, richiesta che ha convinto il procuratore Giovagnoli a riaprire il caso percorrendo una nuova ipotesi investigativa”.

Su quali “nuovi” elementi si basano la richiesta dell'avvocato De Rensis e la perizia del prof. Avato? Ho virgolettato "nuovi", dato che molti di questi elementi, anche se non tutti, in questi dieci anni sono stati messi in evidenza da diversi giornali online e cartacei, regionali, nazionali ed internazionali, da trasmissioni televisive e da libri, di cui ne segnalo tre.

Anzitutto: "Gli ultimi giorni di Marco Pantani", di Philippe Brunel, con prefazione di Gianni Mura (ambedue amici di Pantani e amici tra loro), uscito in Francia nel 2007 e in Italia per i tipi di Rizzoli nel 2009 (riedito nel 2011 in edizione economica); "Il Pirata e il Cowboy. Pantani e Armstrong, le storie maledette", di Leo Turrini, Imprimatur editore, 2013, e Poligrafici Editoriali, Bologna, 2014; "Delitto Pantani. Ultimo chilometro (segreti e bugie)" di Andrea Rossini, NdA, Cerasolo Ausa di Coriano (Rimini), 2014.

I “nuovi” elementi sono:
1) sul corpo di Pantani sono state rinvenute escoriazioni numerose anche tutto intorno al capo, al torace, alle braccia e ai polsi (senza apparenti escoriazioni alle dita delle mani che, se ci fossero state, avrebbero potuto ipotizzare movimenti di difesa da parte della vittima, sotto le cui unghie non è stata presa in considerazione la possibilità di trovare tracce della pelle o degli abiti di un eventuale aggressore), che la perizia del prof. Avato esclude possano essere auto-inferte e definisce “opera di terzi”, compatibili con calci e pugni ricevuti;

2) sul pavimento della stanza, attraverso il filmato, vengono riscontrate striature che denotano chiaramente il trascinamento del corpo ad opera di terze persone, quando il sangue era ancora fresco;

3) Pantani non ordinò la colazione: eppure nel suo stomaco l'autopsia rilevò tracce di un pasto modesto consumato appena prima della morte. Ma dalla stanza, quel giorno, secondo la prima deposizione del portiere, non doveva essere entrato o uscito nessuno;

4) l'autopsia rilevò tracce di un cornetto gelato Algida, il cui involucro di carta venne trovato nel cestino, ma nella stanza di Pantani non c'era alcun freezer per poterlo conservare per tre giorni;

5) nella stanza fu trovato del cibo cinese che, secondo la madre di Pantani, mai suo figlio avrebbe consumato, dato che il cibo cinese non lo gradiva proprio;

6) alla stanza occupata da Pantani, situata al quinto piano, si poteva accedere anche da un luogo diverso dalla portineria, ovvero dal garage del residence, attraverso una scala invisibile dalla postazione del portiere e senza videosorveglianza;

7) la dose acquistata da Ciro Veneruso era di 20 grammi, ma la quantità rinvenuta in circolo era di molto superiore e non potrebbe essere entrata nel residence se Pantani fosse rimasto sempre solo. Nell'organismo di Pantani c'erano circa 120 grammi di cocaina, una quantità incompatibile con l'ingestione - sei volte la dose letale - e inserita probabilmente all'interno di palline di pane e saliva simili a quelle trovate accanto al corpo - alcune di esse ancora nella bocca del cadavere. Ma scientificamente è impossibile assumerne così tanta deliberatamente: brucerebbe la bocca e si infiammerebbe lo stomaco;

8) la bottiglia d'acqua che, nel filmato, compare sulla scena della morte (e mai analizzata, né repertata) potrebbe essere servita a sciogliere la droga (sostanza naturalmente idrosolubile) per facilitarne l'ingestione;

9) diversi testimoni concordarono all'epoca e concordano tuttora sul fatto che Pantani fosse arrivato a Rimini soltanto con un borsello e una sportina. Ma nella stanza compaiono tre giacconi che la madre di Pantani non riconobbe (e tuttora lo sostiene) come appartenenti a suo figlio;

10) non vennero rinvenuti, viceversa, né il borsello né la sportina né alcun altro bagaglio;

11) la stanza, nel filmato, appare completamente a soqquadro, ma la perizia del prof. Avato evidenzia un “disordine ordinato” e una “scena artefatta;

12) pur trattandosi di un personaggio di fama internazionale, non vennero convocati subito, alle 20 del 14 febbraio 2004, ora e data ufficiali del ritrovamento del cadavere, i Ris di Parma, distanti solo un'ora e mezza di macchina da Rimini;

13) l'anatomo-patologo Giuseppe Fortuni, che ha effettuato l'autopsia, si portò a casa propria il cuore di Pantani e lo mise in un barattolo, in cucina, perché non andasse smarrito.

La macabra notizia, riportata per la prima volta da Philippe Brunel, non è mai stata smentita. Cosa se n'è fatto, Fortuni, di quel cuore? Il cuore, auspicabilmente conservato in formaldeide, dove è finito e perché? O è finito forse nell'apparato digerente di Fortuni, per poi essere evacuato nei luoghi opportuni?

Non credo all'ipotesi di un pasto rituale, pur ampiamente documentato nella storia della criminologia. Un trofeo da esibire agli amici in visita, come fosse un leone impagliato, abbattuto in occasione di un safari in Tanzania? O un trofeo da tenere ben nascosto, com'è tipico di molti assassini seriali? No, credo piuttosto a un furto su commissione, altamente simbolico, da utilizzare in ben precisi rituali, cui accennerò più avanti.

Se la notizia è vera, tanto che nessuno l'ha mai smentita (pur avendo avuto, il libro di Brunel, un'ampia risonanza mediatica), chi sta coprendo il dottor Fortuni?

Da notare anche che fu lo stesso dottor Fortuni, a seguito della morte di Federico Aldrovandi, avvenuta a Ferrara il 16 luglio 1996, ad aver effettuato l'autopsia sul corpo del giovane come perito tecnico di parte a difesa dei quattro agenti di polizia che avevano ingiustificabilmente massacrato di botte il ragazzo.

Beh, già in quell'occasione il prof. Francesco Maria Avato, perito tecnico d'ufficio, aveva riscontrato nel cuore del ragazzo un'anomalia riconducibile a un'ematoma intratoracico provocato da terzi e, certamente, non da droga né da una caduta accidentale del giovane o provocata preterintenzionalmente dagli agenti. Il che significa che Aldrovandi è stato intenzionalmente ucciso a pugni, calci e manganellate.

Ma torniamo a Pantani. Dunque:
14) tra le 13 e le 20 del 14 febbraio 2004 i cellulari di Fabio Miradossa, di Ciro Veneruso e di altri non ancora identificati intrattennero una fittissima serie di telefonate. Riporta la Repubblica del 3 agosto 2004: “Chi sapeva cosa? Per quale motivo, di punto in bianco, due “pesci piccoli” dello spaccio in riviera cominciano ad agitarsi in maniera scomposta?”;

15) dal Corriere della Sera del 3 agosto 2005: Fabio Miradossa e Ciro Veneruso finirono per patteggiare, nel corso dei precedenti dibattimenti, essendo autori di “morte per altro reato”, avendo confessato di aver venduto a Pantani - il primo come fornitore, il secondo come spacciatore - 20 grammi di cocaina la sera del 9 febbraio 2004 nel garage del residence.

Finì a processo, invece, Fabio Carlino, titolare di un'agenzia di ragazze immagine (si fa per dire), che avrebbe collaborato alla fornitura della droga. Condannato in primo e secondo grado, Carlino è stato prosciolto in Cassazione. Fino a qui, quanto riporto è tutto accertato e ribadito.

Di qui in poi, invece, tutto diventa opinabile, soprattutto dopo aver letto dei dubbi sull'omicidio di Pantani espressi da Roberto Mussapi su Avvenire del 3 agosto 2004, che titola così: “Marco Pantani, comunque vittima”. E scrive, oltre all'impostazione dell'articolo sicuramente accettabile, una frase di questo genere: “Probabilmente non è stato ammazzato, anche se ora la madre sollecita la giustizia a prendere in considerazione l'ipotesi dell'omicidio”.

Ora: a parte i giacconi, l'assenza del borsello e della sportina e dove e come Pantani si sia procurato del cibo e della cocaina, particolari tutti da indagare con attenzione, una cosa è certa, almeno per lo scrivente e, in base a quanto finora esposto, con ogni evidenza non solo per lui: Pantani è morto ammazzato, verosimilmente dopo essere stato costretto a ingerire mezza bottiglia di acqua con dentro, sciolta, dell'eroina, in quantità superiore di sei volte la dose minima letale; picchiato, bastonato, trascinato in quei 75 metri quadrati esanime, ma ancora vivo.

Chi può essere stato? La malavita organizzata che controlla sia il ciclismo-scommesse che lo spaccio di droga? Forse. La famiglia di Pantani e il suo avvocato sembrano essere orientati in questa direzione, soprattutto da quando la mamma di Pantani aveva dichiarato, anni fa, sia alla stampa che alla tv (allo speciale del Tg La7) che suo figlio era stato ucciso perché “sapeva qualcosa”, sottintendendo che si trattasse di qualcosa che suo figlio non avrebbe dovuto sapere né di cui, tanto meno, parlare.

Certezza della signora Tonina Pantani Belletti che è stata ribadita il 4 agosto 2015 con l'aggiunta che non si tratta, secondo la signora, solo di “regolamento di conti” tra fornitori, spacciatori e consumatori, ma di qualcos'altro.

Cosa sia questo “altro” allo scrivente non è dato sapere, ma c'era da augurarsi che al ritorno dalle ferie, in settembre, il nuovo pubblico ministero Elisa Milocco, che aveva portato con sé tutti i fascicoli relativi al caso, gli inquirenti non si muovessero solo in questa direzione o in quella del ciclismo-scommesse.

Dal canto suo, il pm della prima e unica inchiesta monodirezionata, Paolo Gengarelli, ha dichiarato il 4 agosto 2014 a Repubblica: “Io non commento la notizia, sono un magistrato con l'abitudine di non parlare come dovrebbero fare in tanti, lascio che siano gli atti a farlo”.

Sostanzialmente lo stesso, anche se per motivi presumibilmente diversi, aveva dichiarato il giorno precedente Vincenzo Nibali, vincitore del Tour de France 2014, che aveva anche regalato, all'indomani della vittoria, la maglia gialla alla mamma di Pantani.

Ma a me e ad altri studiosi interessati alle modalità degli omicidi rituali e specificamente di matrice massonica per mano della sua branca assassina, chiamata Ordine della Rosa Rossa, non possono sfuggire alcuni particolari che, da chi non sia a conoscenza del simbolismo massonico, appaiono come particolari irrilevanti o non vengono proprio notati, tanto da dare dei “visionari” - ben che vada - a chi ne parla o scrive. Me compreso, ovviamente.

Rimando ad alcuni testi per approfondire la questione: "Sistema massonico e Ordine della Rosa Rossa", in tre volumi, di Paolo Franceschetti, Uno Editori, Orbassano (Torino) 2013-2014; "Delitti rituali", di Angelo Zappalà, Centro Scientifico Editore, Torino 2004; "Pasque di sangue. Ebrei d'Europa e omicidi rituali", di Ariel Toaff, il Mulino, Bologna 2007, parzialmente modificato nel 2008; "Massoneria e sette segrete. La faccia occulta della Storia", di Epiphanius, Controcorrente edizioni, quarta edizione, Napoli 2008.

Lascio da parte la numerologia in relazione alle date, che pure sono importanti sia in questo che in altri casi simili, e cerco di limitare la mia attenzione su dati facilmente verificabili, lasciando al lettore il compito di considerarli come espressione di uno svitato o come spunti interessanti di riflessione.

1) il residence in cui Marco Pantani è stato ucciso porta il nome “Le Rose”. A fianco della scritta, sull'insegna dell'epoca, sono ben evidenti due floride rose rosse;
2) nel filmato, che ho visionato in tv per qualche minuto, ho visto una corda pendere da una trave. Corda che, almeno a me, ha provocato un macabro effetto: non c'entrava per niente con il resto dell'arredamento di quella stanza. Pendeva, a doppio giro, da una trave del soppalco ed era una corda robusta, quanto meno all'apparenza;
3) ho visto anche l'acqua che riempiva metà di quella famosa bottiglia trascurata dai primi inquirenti;
4) Pantani non è morto massacrato dalle lesioni ricevute, bensì avvelenato da una dose eccessiva di eroina forzatamente ingerita;
5) il suo cuore è stato trafugato alla fine dell'autopsia.

Tutto ciò, per me e per altri, porta una firma ben precisa: omicidio massonico rituale per mano dell'Ordine della Rosa Rossa. La corda e l'acqua sono simboli tipicamente massonici e presenti in occasione di omicidi riusciti, o anche solo tentati, lasciati in questo caso sul luogo del crimine (e non sul corpo della vittima, come da me esposto nel mio precedente articolo su Yara Gambirasio, con le due ferite parallele con una croce di S. Andrea che le attraversa inferte con un cutter sul dorso della ragazzina).

Il nome dell'alloggio finale di Pantani, su decine di possibilità lì vicino, parla da solo. Il trafugamento del cuore rimanda a rituali massonico-satanisti.

L'avvelenamento è adottato, da questa criminale organizzazione, segreta ai più, nei casi di “tradimento” di un patto. Ciò può significare che Marco Pantani aveva già rivelato a non so chi, o aveva l'intenzione di rivelare, il nome o i progetti di qualcuno, molto potente, che voleva restare nell'ombra.

Come, quando, dove Marco Pantani sia potuto entrare in contatto con questo genere di persone mi è ovviamente oscuro, ma per esperienza professionale so che ci si entra in contatto in periodi di grande noia e conseguente desiderio di evasione/trasgressione, o in periodi di grande bisogno di protezione e di affetto, inizialmente attraverso giochi erotici solo apparentemente innocui, tipo l'orgia sessuale (e Pantani, probabilmente, attraverso questa via è entrato in contatto) o attraverso lo scambismo di coppia.

Ricordo che Pantani era, negli ultimi tempi, anche molto depresso per essere stato scaricato dalla fidanzata: a cui lui voleva molto bene, ma che lei non sopportava più per le sue intemperanze comportamentali.

Ma proprio in questi giorni (sto scrivendo il 26 febbraio 2016) la storia si tinge ulteriormente di giallo (e di rosso). A quasi due anni dalla riapertura delle indagini (e a 12 anni dalla morte del Pirata) presto si saprà con certezza se il giudice accoglierà la tesi della procura che chiede di archiviare l'ipotesi di omicidio volontario, oppure se rimanderà il fascicolo agli investigatori per ulteriori approfondimenti.

Intanto, pochi giorni fa, dopo un acceso confronto tra il pm e il legale Antonio De Rensis e la madre di Pantani, è spuntato un nuovo, ulteriore elemento: "Nell’ottobre del 2014 – ha sottolineato De Rensis - si è presentata in una stazione dei carabinieri una signora che ha detto che all’epoca dei fatti era una escort. Ha aggiunto che ben tre mesi prima della morte di Pantani era stata chiamata al residence Le Rose. Perché questa donna non è mai stata ascoltata? Chiediamo che tutti gli elementi delle indagini vengano approfonditi in maniera compiuta".

Non solo, ha precisato il legale: "Secondo noi bisogna approfondire la questione dei metaboliti nel sangue di Pantani, quindi droga e medicinali; interrogare alcuni personaggi mai sentiti dagli investigatori; approfondire il rebus del lavandino staccato dalla parete, secondo alcuni testi, ma rinvenuto sistemato; capire chi portò i giubbotti da sci a Marco e spiegare la collocazione del bolo di pane e cocaina vicino al cadavere".

Al legale si è aggiunta la madre di Pantani, che ha affermato: "Voglio sapere chi è entrato in quella camera quando Marco è morto, chi ci ha portato i giubbotti. Non erano a casa mia, ma a Milano dalla sua manager e voglio sapere chi glieli ha portati, sono 12 anni che lo chiedo. Il procuratore per me non ha mai preso in considerazione gli elementi nuovi, che abbiamo portato a sostegno delle nostre tesi, dicendo che sono cose vecchie e che i testimoni si possono essere dimenticati".

Temo che la signora Tonina Pantani Belletti, a cui va la mia ammirazione e la mia dolorosa solidarietà, mai saprà la verità sulla morte di suo figlio. Chi conosce questa verità, di certo non la confesserà mai.


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14/03/16 h. 23.33
Miten Veniero Galvagni dice:

Anticipazione della Gazzetta dello Sport: <<"Un clan camorristico minacciò un medico per costringerlo ad alterare il test e far risultare il ciclista fuori norma". Dietro alla positività di Madonna di Campiglio ci sarebbe così un giro di scommesse contro il Pirata. La verità più amara, quella che i legali e la famiglia di Marco Pantani attendevano da anni. A rivelarla è un?anticipazione della Gazzetta dello Sport, che riporta i risultati delle indagini della Procura della Repubblica di Forlì, guidata da Sergio Sottani(che, fino a questa sera,15-03-2016, alle ore 19.49, non ha voluto rilasciare alcuna dichiarazione all'inviato del TG3 regionale dell'Emilia-Romagna; n.d.r.). Parole scottanti, che confermano le sensazioni dei complottisti. Il 5 giugno 1999, quando il Pirata fu estromesso dal Giro d?Italia alla vigilia della penultima tappa, i test di Pantani furono alterati. Sul suo livello di ematocrito, che risultò superiore dell?1,9% al 50% consentito, c?era lo zampino della camorra.

" Un clan camorristico minacciò un medico ? scrive il pm Sottani ? per costringerlo ad alterare il test e far risultare Pantani fuori norma. "
Questa la conferma dopo anni di sospetti alimentati dalla frase raccontata da Renato Vallanzasca (il "bel René", n.d.r.) che, dal carcere, spiegò di aver ricevuto un suggerimento: ?Non so come, ma il pelatino non arriva a Milano?. Un?allusione al fatto che, in un modo o in un altro, l?esito di un Giro d?Italia che pareva già deciso, sarebbe stato riscritto.
Ai sospetti, però, ora si aggiunge il lavoro della Procura di Forlì. Che, attraverso riscontri e intercettazioni ambientali, ha ricostruito la vicenda. All?epoca dei fatti, alcuni clan camorristici avrebbero scommesso miliardi di lire contro Pantani. E, non potendo sopportare le gravi perdite causate dalla vittoria del suo secondo Giro consecutivo, attuarono un piano per alterare i controlli del sangue. Il Pirata lo aveva sempre sospettato, ora vi sarebbe anche la conferma di un affiliato alla camorra.
Che cosa accadrà adesso? La Procura di Forlì non può che archiviare e mandare il caso in prescrizione, ma sul fronte civile e sportivo i legali della famiglia Pantani sperano di poter ottenere un briciolo di giustizia. L?ultima salita del Pirata">>.
Tutto ciò non ha nulla a che vedere con la morte di Pantani, bensì con l'inizio del suo buttarsi via. L'omicidio, in questo caso, non è preso in esame ma, per quanto mi riguarda, so che l'Ordine della Rosa Rossa non disdegna, anzi, ricerca, affiliati alla malavita organizzata, per effettuare il lavoro "sporco" finale.

14/03/16 h. 18.50
Miten Veniero Galvagni dice:

Ecco un aggiornamento de "La Gazzetta dello Sport" del 14-03-2016, in cui non ci si occupa della morte del Pirata, ma sui precedenti che portarono al progressivo declino fisico e morale di Marco Pantani.
<Le intercettazioni ambientali e finalmente i riscontri, nomi e cognomi, che svelano, secondo la ricostruzione degli inquirenti, quanto avvenne la mattina del 5 giugno 1999 nell?hotel Touring di Madonna di Campiglio, alla vigilia della penultima tappa con Gavia, Mortirolo e arrivo all?Aprica. Il controllo del livello di ematocrito di Marco Pantani in maglia rosa. L?esclusione del Pirata dal Giro d?Italia per ematocrito alto, 51,9% contro il 50% consentito allora dalle norme dell?Uci, la federciclismo mondiale. L?inizio della fine sportiva e umana dello scalatore di Cesenatico.
?Un clan camorristico minacciò un medico, scrive il pm Sottani, per costringerlo ad alterare il test e far risultare Pantani fuori norma?. Parole che in questi anni avevamo sentito più volte, dalla famosa frase del bandito Renato Vallanzasca (il bel René,n.d.r.) in carcere (?Un membro di un clan camorristico in carcere mi consigliò fin dalle prime tappe di puntare tutti i soldi che avevo sulla vittoria dei rivali di Pantani. ?Non so come, ma il pelatino non arriva a Milano. Fidati") al lavoro di indagine della Procura di Forlì, che il 16 ottobre 2014 riaprì l?inchiesta sull?esclusione di Pantani da Campiglio con l?ipotesi di reato ?associazione per delinquere finalizzata a frode e truffa sportiva?. Indagine già svolta nel 1999 a Trento dal pm Giardina, e archiviata.
Scommesse contro Pantani, scommesse miliardarie (in lire) che la camorra non poteva perdere. Da qui il piano di alterare il controllo del sangue. La Procura di Forlì ha ricostruito tutti i passaggi, ha sentito decine di persone, in carcere e fuori. Ha avuto la prova-regina, con l?intercettazione ambientale di un affiliato a un clan che per cinque volte ripete la parola ?sì?, alla domanda se il test fosse stato alterato. Ma i magistrati sono andati oltre, non si sono fermati a questo importante elemento. Hanno ricostruito la catena di comando, hanno trovato i mandanti dell?operazione.
Forse uno dei più grandi misteri dello sport mondiale ha trovato la verità. A distanza di 17 anni. La Procura di Forlì può soltanto archiviare perché i reati sono prescritti. Diverso invece il fronte civile e sportivo, sul quale i legali della famiglia Pantani stanno lavorando per capire se possano esserci spiragli per qualche azione>>.
Ora, l'Ordine della Rosa Rossa, da me più volte ricordato, si serve anche dellaCamorra per fare il lavoro "sporco"...

06/03/16 h. 16.29
Jessica Agosti dice:

Agghiacciante...

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