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Martedì 19.06.2018 ore 10.29
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Giuseppe Caliceti

Invalsi, il bambino cavia


di Giuseppe Caliceti

Da ormai più di dieci anni sono arrivate nelle scuole dei nostri figli le prove Invalsi. Cosa sono? A cosa servono? Di fatto pare che, in buona parte, abbiano sostituito gli esami nella cosiddetta valutazione degli studenti.



Tra poco, nelle nostre scuole, ritornano. Vale la pena rifletterci un po' su. Nonostante nel Novecento la pedagogia popolare italiana sia stata tra le prime al mondo, oggi i pedagogisti italiani non sono ascoltati dai politici che si occupano di scuola.

Le linee pedagogiche arrivano dall'Europa, riciclate con circa dieci anni di ritardo dagli Stati Uniti d'America. Accade così da almeno vent'anni. Quindi è molto interessante per noi operatori della e nella scuola italiana - ma anche per i genitori degli alunni e degli studenti - prendere atto che negli Stati Uniti si stanno bocciando le prove a test tipo Invalsi da sottoporre agli studenti.

Ciò vuol dire che, con tutta probabilità, tra circa dieci anni potrebbero non esserci più neppure da noi in Italia. Forse prima. Perché? È stato studiato e dimostrato che gli studenti americani non riescono a migliorare le loro capacità di lettura. E ciò nonostante tutti gli investimenti fatti negli ultimi due decenni proprio per rafforzare questa competenza strategica: perché per cercare di rafforzare una competenza, per provare anche solo a fare una ricerca, occorre investire.

Insomma, dopo aver parlato tanto di competenze, oggi negli Stati Uniti si torna a parlare di contenuti. Della loro quantità. Della loro qualità. Perché, pare, per sviluppare una cosiddetta competenza un contenuto non equivale a un altro.

Il Naep, l'Invalsi americano, recentemente ha convocato un gruppo di esperti che ha spiegato come "per capire un testo bisogna poter contare su un solido bagaglio di conoscenze, mentre il sistema scolastico americano da vent'anni a questa parte ha puntato tutto e solo sulle competenze, a scapito della ricchezza del curriculum".

Dunque, un solido bagaglio di conoscenze: altro che test a crocette tipo esame di teoria di scuola guida o sondaggio per giovani consumatori!

Tutto era iniziato nel 2001 - presidente George W. Bush - con il via alla grande corsa alle competenze, comprese quella della lettura e quelle matematiche, e il suo armamentario di test sempre più pervasivo, con inevitabili ricadute anche sulla didattica e sui libri di testo, sempre più impoveriti.

Vantaggi? Nessuno, tranne l'aumento della differenza tra studenti e alunni appartenenti a famiglie economicamente e culturalmente più ricche e più povere. Insomma, a scuola un aumento di quello che potremmo chiamare "classismo". E oggi, in America, si torna indietro.

E in Italia? Ancora troppo presto. Nonostante tanti docenti e pedagogisti ripetano da anni come eseguire correttamente un test non voglia dire automaticamente aver appreso una competenza sulla sua lettura e sulla sua comprensione, proprio perché si tratta di una capacità assai più complessa che dipende anche – ma c'è chi ritiene soprattutto – dalla quantità e qualità dei contenuti.

Ciò che dispiace di più è che alunni e studenti, cioè i nostri figli, ancora una volta, siano trattati un po' come cavie. Voglio dire: chi risponderà di questi errori e quali saranno le loro conseguenze?


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27/04/18 h. 11.17
Dino Angelini dice:

sull'uso dei test in psichiatria e pedagogia: https://www.academia.edu/22922652/Test_griglie_misurazioni_testomania_voyeurismo_dell_esattezza

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