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Fabrizio Montanari

Il Sessantotto a Reggio


di Fabrizio Montanari

L’ondata di contestazione pacifista, antiautoritaria e libertaria partita dalle università americane raggiunse l’Europa e l’Italia come uno tsunami, coinvolgendo tutto e tutti: Istituzioni, mondo del lavoro e dell’istruzione. Da allora nulla fu più come prima. Nonostante il permanere della guerra fredda, la crisi di Cuba era ancora fresca, il conflitto in Vietnam, l’assassinio dei fratelli Kennedy, di M. L. King e di Che Guevara, un nuovo mondo sembrava possibile e a portata di mano. Le regole di un tempo caddero una ad una, invocando la fantasia al potere, l’amore universale e la partecipazione diretta del popolo al governo della cosa pubblica.



Anche la musica, i costumi, anche quelli sessuali, e la moda cambiarono profondamente in coerenza con il nuovo credo anticonsumista. 
 
Ogni paese declinò quelle istanze di cambiamento in modo diverso, in base alla propria storia, alla propria cultura e alla realtà economico-sociale che li caratterizzava. Era scoppiato, come si è soliti dire, il ’68. L’Italia fu coinvolta come e più di altri paesi, a partire dalle grandi fabbriche del Nord e dalle Università di Roma, Pisa, Trento e Milano.

 
Reggio Emilia, pur non vantando grandi industrie e una sede universitaria, rappresentò un microcosmo sui generis di quanto stava accadendo nel mondo. In Italia fu riconosciuta come una delle città italiane più dinamiche sia dal punto di vista economico che culturale. Terra di antiche e recenti lotte operaie, ma anche di coraggiose sperimentazioni sociali, culturali ed educative, Reggio rappresentò quanto di meglio l’Italia allora potesse esprimere. Dalla chiusura nei primi anni cinquanta delle Officine Meccaniche Reggiane (OMI) si era formato un tessuto economico di piccole e piccolissime aziende che, insieme con la ricca e storica realtà  cooperativa, assicuravano occupazione e ricchezza. Il tasso medio di crescita annua del reddito pro-capite tra il 1963 e il 1976 si attestò al 6%, rispetto a quello nazionale del 3%. La disoccupazione scese all’1,8%. Non mancarono tuttavia scioperi e rivendicazioni sindacali per la conquista di migliori condizioni di lavoro, per il diritto allo studio e alla casa, ai trasporti pubblici, alla salute in fabbrica, al superamento delle gabbie salariali e al rinnovo dei contratti nazionali di lavoro.

 
In città nacquero i consultori socio-sanitari, la medicina del lavoro e la psichiatria democratica, si discusse di decentramento amministrativo e fecero la loro comparsa i consigli di circoscrizione. La stabilità politica e quella sociale non erano in discussione, venendo assicurate dalla maggioranza assoluta del PCI e dal sindacato (CGIL). Anche dal punto di vista culturale la città si mostrò particolarmente viva e attenta a quanto di nuovo avveniva in Italia e in Europa. Ne furono un esempio il convegno dello storico “Gruppo 63”, animato da intellettuali e poeti che intendevano innovare ogni forma di espressione artistica e l’arrivo in città del Living Theatre, vera icona del teatro alternativo. Nella seconda metà degli anni sessanta arrivarono a Reggio un po’ tutti: registi, scrittori, artisti che incarnarono le nuove tendenze alternative culturali emerse in Europa e nel mondo. Luoghi di ritrovo e di discussione erano il Teatro municipale, la biblioteca Panizzi, la libreria Rinascita e i tanti circoli ARCI. Anche il mondo della scuola risentì dei mutamenti in atto nella società e ne diede una propria interpretazione. La scolarizzazione di massa costituì il presupposto decisivo del cambiamento.

 
Le notizie provenienti dai campus americani, da alcune Università italiane (Sapienza di Roma, Normale di Pisa, facoltà di sociologia di Trento, Statale di Milano) e quelle relative al maggio francese si diffusero rapidamente fra i circa 8.000 studenti medi della città, suscitando speranze, desiderio di cambiamento e tante illusioni che, in diverse forme, si prolungarono per diversi anni, fino a dissolverli e a snaturarsi nella prassi terroristica degli anni settanta. L’esigenza di promuovere un mutamento radicale delle istituzioni scolastiche si associò al mito della democrazia diretta e delle decisioni collettive. Nelle scuole cittadine si passò molto rapidamente dagli Organismi rappresentativi studenteschi alla conquista della assemblea generale, agli scioperi e alle occupazioni di alcune scuole. La guerra del Vietnam, la protesta per l’invasione della Cecoslovacchia da parte dell’esercito sovietico, il suicidio di Jan Palach e la strage di Piazza Fontana scandirono il ritmo delle manifestazioni e delle proteste degli studenti.

 
Gli incontri con il sindacato e i gli operai diedero vita ai Comitati operai-studenti, che si posero l’obiettivo di unire i motivi della protesta giovanile e studentesca con quelli degli operai. La scuola, si affermava, doveva aprirsi alla società e partecipare alle lotte per il cambiamento. Le istituzioni scolastiche non erano riformabili ma andavano semplicemente abbattute. La fase “unitaria” della protesta studentesca durò da metà del 1968 all’autunno 1969, quando il crescente condizionamento ideologico soppiantò lo spontaneismo dei primi tempi, facendo emergere contraddizioni e differenze dentro il movimento studentesco e nel mondo del lavoro. Lentamente tutto si radicalizzò. Emersero anche a Reggio una infinità di gruppi politici ex parlamentari di destra e di sinistra ( Lotta Continua, Potere Operaio, Avanguardia operaia, Anarchici, Unione dei comunisti M.L, nazi-mao ecc). Il Movimento studentesco si divise a sua volta in diverse anime: quella comunista (FGCI), quella social-radicale (FGSI-Radicali), quella cattolica (Movimento giovanile della DC, One Way, Studenti medi). 
 
La stessa Assemblea generale degli studenti perse progressivamente d’importanza, per lasciare il posto a momenti di discussione interni ai partiti. Nell’autunno del 1969 si verificò una importante fuoriuscita dalla FGCI di diversi iscritti e dirigenti, che, iniziarono a incontrarsi in un appartamento di via Emilia San Pietro 25 e che di lì a poco, in contatto con i compagni di Trento e di Milano, costituirono il gruppo di “Sinistra proletaria”, premessa del nucleo storico delle BR. La stessa divisione avvenne nelle fila sindacali e nelle fabbriche. I temi della resistenza tradita, del sacrificio dei fratelli Cervi e dei morti del luglio sessanta erano substrato delle loro convinzioni politiche, che in quel particolare momento storico significavano abbattere, anche con la lotta armata, lo Stato capitalista e imperialista che il PCI ormai non combatteva più.

 
Il movimento studentesco diviso tra comunisti e social-radicali viveva un momento di grande difficoltà, combattuto tra chi (FGCI) intendeva cambiare la scuola e abbracciare le tesi sindacali senza mettere in discussione più di tanto il potere costituito nelle istituzioni cittadine, e chi invece si poneva in un atteggiamento critico sia nei confronti del governo centrale che di quello locale, senza per questo auspicare la rivoluzione sociale. Divisione che diventerà ancora più evidente quando a metà degli anni sessanta si affronteranno i temi dei diritti civili: divorzio, aborto, obbiezione di coscienza, concordato. Quel dibattito, quelle difficoltà che si riproponevano ad ogni riunione del M.S., nelle occupazioni delle scuole, nelle sempre più rare assemblee scolastiche e nell’impostazione delle varie manifestazioni, vennero in qualche modo colte anche dal periodico Reggio 15, quando si chiese “Dove va il Movimento studentesco?”. Le stesse assemblee generali di Istituto, infatti, persero significato originario ed esaurirono la loro spinta di cambiamento per le stesse ragioni che le fecero nascere. Lo spontaneismo, l’improvvisazione, la democrazia diretta non tenevano più il passo dei tempi, quando non costituivano un elemento di confusione. 
 
Ritengo importante a questo punto ricordare una singolare coincidenza che si determinò in quella convulsa, esaltante, irripetibile stagione politica cittadina. Al numero 25 di via Emilia San Pietro oltre alla sede dell’”Appartamento” si trovava, al piano inferiore, anche la sede dei social-radicali, frequentata anche da giovani cattolici del dissenso, da repubblicani, ex liberali, appartenenti a One Way. Ognuno ovviamente sapeva dell’altro, ma mentre gli appartenenti a “Sinistra Proletaria” conoscevano chi erano i coinquilini e quali erano le loro convinzioni, quest’ultimi non avevano consapevolezza di quanto era in incubazione al piano superiore e mai immaginarono quanto poi accadde in Italia. Erano semplicemente considerati estremisti, visionari, settari e autoritari. Tra i due gruppi non ci fu mai alcun contatto o legame. 
 
Fra extraparlamentari e liberal in realtà non c’era solo una scala a dividerli ma un mondo di valori. Si erano conosciuti nelle lotte studentesche, nelle occupazioni e nelle lotte sindacali, ma poi le strade si erano definitivamente divise. In mezzo stava la FGCI che pur condannando i fuoriusciti, continuava a rifiutare l’approccio riformista e a considerare le tematiche dei diritti civili come piccole borghesi. Al numero 25 arrivarono in molti. Soprattutto nella prima fase della sua esistenza l’Appartamento era aperto a tutti e molti furono i politici nazionali e locali che vi misero piede. 
 
Tranne i dirigenti politici dei partiti reggiani, molti, tra i quali Lucio Magri, Luciana Castellina, Adriano Sofri, furono incuriositi di conoscere quei giovani eretici tanto determinati. Diversi poi furono i supporter morali e non solo che visitarono la sede dei futuri brigatisti. Alcuni di questi, vedi la testimonianza del prof. Corrado Corghi, saranno riconosciuti come affidabili interlocutori quando la drammaticità degli avvenimenti metterà a rischio la tenuta democratica del Paese. La maggioranza degli studenti reggiani ignorava il confronto politico in corso tra le varie anime del Movimento studentesco e certo non sospettava nemmeno lontanamente quanto era in incubazione al n. 25 di via Emilia San Pietro.

 
Solo a metà degli anni settanta si comprese che non si era in presenza di “compagni che sbagliano” e che la posta in gioco era decisiva per le sorti della democrazia. Già allora in effetti c’era chi guardava all’esperienza delle socialdemocrazie nordiche, chi a quelle comuniste dell’occidente, chi alla Cina di Mao e chi guardava al passato della lotta partigiana, considerandola tradita soprattutto dal PCI e aveva dichiarato guerra allo Stato borghese e imperialista. La vita politica e sociale di Reggio ripartì da quel palazzo del centro storico di Reggio. I principali esponenti del Movimento studentesco di allora (comunisti, socialisti, democristiani, repubblicani, extra parlamentari) diventarono i protagonisti della vita politica e sociale dei decenni successivi. 
 
Il ’68 italiano, aperto nel marzo con gli scontri Valle Giulia a Roma, si sarebbe chiuso tragicamente solo nel 1978 con l’assassinio dell’on. Aldo Moro, mentre quello reggiano nel 1975 con quello del giovane esponente di Lotta Continua Alceste Campanile.



 


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