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Lunedì 20.05.2013 ore 00.15
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Davide Zanichelli

Il San Lazzaro. Una singolare analogia


di Davide Zanichelli

Io ordino
il flusso caotico della volontà
attraverso il Pensare
Luce di Saggezza.
Io sciolgo
la rigidità dei pensieri morti
attraverso il Volere
Calore d’Amore.
IO opero così
legando e sciogliendo
al Senso del Mondo.

Qualche settimana fa, su questi stessi byte, Nadia Covacci ipotizzava una qualche forma di familiarità tra l’approccio steineriano alla cura della disabilità mentale (comunità Camphill) e le iniziative “speciali” dedicate ai disabili operative a Reggio Emilia, accusando entrambi di perseguire una sorta di massificazione della disabilità, “mettendo tutti nello stesso calderone”.

Senza scendere in una dettagliata analisi della situazione reggiana odierna (che conosco solo de relato ma che non mi sembra propriamente steineriana) e senza controbattere puntigliosamente alle tante inesattezze dell’articolo (la pedagogia curativa è disciplina complessa che prevede 5 anni di formazione post-laurea), vorrei invece rispondere a Nadia raccontando una storia reggiana che ci parla della vocazione alla cura e alla sperimentazione che questa terra indubbiamente esprime e di come sia possibile ritracciare lì i segni di una familiarità con l’impulso steineriano. Due esperienze, per qualche misterioso motivo, di fatto coeve.

Molti di noi sanno quanto il San Lazzaro sia importante nella storia della psichiatria, nonostante venga associato, in una confusa coscienza di popolo alimentata da paure ancestrali ma anche da dirette testimonianze di abusi e disumanità, più a un lager che a un luogo di cura e ricerca.

Meno persone forse sanno che nel 1921 una psichiatra reggiana, Maria Bertolani Del Rio, assume la direzione della scuola per fanciulli (il famigerato “Marro”, agitato come uno spauracchio ancora oggi dai nostri nonni), maschi e femmine, di età compresa tra i 5 e i 16 anni, “anormali dell’intelligenza e del carattere tutti emendabili in grado maggiore o minore”, introducendo una pratica curativa in gran parte inedita.

Avanzato esempio d’integrazione tra medicina e pedagogia, nella Colonia Marro lavoro mentale e lavoro manuale divenivano strumenti che, “se posti nelle mani di un educatore che meriti tal nome”, contribuivano in maniera decisiva al recupero funzionale e “morale” (termine introdotto in psichiatria un secolo prima) dei giovani ospiti. Imparare un mestiere non solo riabilitava i sensi e il pensiero, ma determinava una prospettiva d’integrazione sociale, un senso nelle vite dei disabili, sollecitando così la tensione morale al suo conseguimento.

Il Marro entrava in questo modo nella grande corrente europea della ricerca sulla riabilitazione neuro-sensoriale, su cui lavorarono pionieri come Pestalozzi e Froebel, Itard e Seguin, poi ripresa dal genio di Maria Montessori.

Quale fu, a mio parere, l’originalità dell’approccio della Bertolani Del Rio? L’introduzione dell’arte, di una specifica forma d’arte, nel processo di lavoro manuale e finalizzazione pratica di oggetti di uso quotidiano.

Appassionata di antichità medievali e canossane, insieme ad alcuni maestri d’arte, recupera una serie di fregi e motivi ornamentali da ruderi matildici del territorio reggiano e li fa diventare traccia su cui modellare gli oggetti prodotti dai ragazzi, definendo così i canoni dell’Ars Canusina, poi codificata come forma tradizionale di artigianato artistico.



Il riconoscimento sociale e il successo scientifico fu immediato. Annota nel 1931: “Quando accompagno in visita alla Colonia Scuola estranei, io spio l’impressione che essi rivelano entrando nelle scuole di disegno e pittura, alle cui pareti si allineano esposti parecchi lavori di alunni. È quasi sempre un’esclamazione di meraviglia, a cui segue qualche frase di dubbio e d’incredulità. Eppure, alcuni dei lavori richiamano l’attenzione perché eseguiti con particolare abilità e finitezza, sono opera autentica di alunni di intelligenza tarda che negli studi hanno fatto ben miseri progressi”.





Perché l’arte (romanica in particolare) funziona con i disabili psichici? Perché il lavoro manuale è necessario ma non sufficiente nella sua funzione riabilitativa?

Spostiamoci ora di qualche centinaio di chilometri più a nord. In Germania, a Stoccarda. Due anni prima della fondazione della Colonia-Scuola “Antonio Marro”, Rudolf Steiner era convocato da Emil Molt, direttore della fabbrica di sigarette Waldorf Astoria. Era da poco finita la prima guerra mondiale e stava iniziando un’epoca nuova, in cui emergevano molti problemi destabilizzanti per gli assetti socio-culturali ed economico-finanziari delle nazioni europee. L’educazione fu una delle aree in cui fu sentita più fortemente la necessità di rinnovamento. Il signor Molt, desideroso di realizzare una scuola di tipo nuovo per i figli dei suoi operai, si rivolse a Rudolf Steiner.

Da qui nasce la pedagogia Waldorf: per impulso morale e popolare.

Cardine del percorso educativo Waldorf è il disegno di forme, attività propedeutica alla scrittura, alla lettura, alla strutturazione e alla rappresentazione del pensiero, all’equilibrio ritmico e consapevole dell’Io.

Ci spiega una maestra della scuola Steiner-Waldorf di Reggio Emilia: “Ci sono vari aspetti del disegno di forme, che influenzano il bambino in maniere differenti. Alcune sono ovvie e portano i loro frutti relativamente presto, altre avranno più tempo per svilupparsi. Uno degli aspetti pratici è che i bambini impareranno a controllare la loro mano durante la scrittura. Esercitare belle rette, belle curve, begli angoli li porterà a sviluppare un sentimento per la forma, che a sua volta condurrà a una bella scrittura e questo in modo molto più efficace dell’esercitazione di calligrafia. Imparando a essere coscienti della pagina nel suo insieme i bambini svilupperanno un senso per lo spazio. La linea articola lo spazio. Disegnando la linea si evidenziano le qualità per il senso del movimento, mentre la sua posizione nello spazio si collega al senso dell’equilibrio. Il disegno di forme sviluppa l’intelletto attraverso un fare attivo, una geometria attiva che coinvolge tutto l’essere del bambino: è richiesto di percorrere le forme nello spazio, di tracciarle con grandi movimenti nell’aria e alla lavagna, di tracciarle sul foglio con un dito e infine di riprodurle sulla carta.

Facendo ciò il bambino esercita una serie di funzioni sia legate ai singoli organi di senso che di coordinamento dei vari organi di senso. Oggi sappiamo dalla psicologia dello sviluppo che la formazione delle capacità di movimento è di fondamentale importanza per le facoltà dell’anima che si dispiegano più tardi. Il disegno di sequenze, cioè di forme che gradualmente mutano in altre, svilupperà nel bambino piccolo flessibilità di pensiero e la comprensione che il mondo intorno a lui (ed egli stesso) cambia costantemente. Questi pensieri che non sono mai discussi ma solo portati come immagini e disegnati come gesti aiuteranno più avanti a capire il principio della metamorfosi e dello sviluppo.



La retta e la curva sono, in quanto gesti archetipici, talmente basilari che Steiner voleva fossero portate al bambino fin dal primo giorno di scuola. Disegnando la retta verticale, il bambino potrà riconoscere un’immagine della propria verticalità che disegna con il corpo nello spazio grazie a una serie di facoltà di equilibrio e di movimento acquisite nei primi anni di vita.

Sperimentare la verticale è nel contempo un’esperienza dell’Io che esprime le qualità animiche del pensiero. La curva è collegata al mondo che lo circonda: guardandosi intorno il bambino scivola sulle cose descrivendo un arco. In questo gesto i bambini possono sentire le forze della Volontà iniziando a percepire le qualità opposte delle forme nelle quali si specchia la polarità dell’anima umana. Si può dire quindi che la geometria, intesa come disciplina che studia le forme nello spazio e i loro rapporti, inizia già da quel momento. Si tratta, però, di una 'attività geometrizzante' e non della ricerca di rapporti concettuali tra forme, come verrà sviluppata più tardi attraverso lo studio di teoremi.”

Se vogliamo sviluppare l’intelligenza, ci dice Steiner, dobbiamo (ri)partire dai suoi “sensi delle forme”, dagli agenti volitivi dell’equilibrio, del movimento, dell’ordine, del tatto.

Le traiettorie del disegno di forme di Steiner e i motivi ornamentali dell’Ars Canusina rievocano, nel loro farsi, ritmi archetipici fondati sulle polarità di alto-basso, incurvare-tendere, sciogliere-legare (fino all’alchemico solve et coagula). L’intreccio a due fili è un archetipo vivente: nell’alternanza tra incurvare e tendere, dispiegare e incrociare, estendere e contrarre, sciogliere e legare, si manifesta il ritmo fondamentale di ogni vita.



Nell’organismo fisico e psichico di un essere umano esistono due polarità: la testa e le membra, un polo relativamente statico e un polo in cui fluisce il movimento. Il primo è il dominio del pensare, l’altro del volere. Il pensare può irrigidirsi in concetti morti, ma può anche essere nuovamente illuminato dalla luce della Saggezza. Il volere può dissolversi nel caos, ma può ritrovare ordine se scaldato dal calore dell’Amore (l’azione dell’educatore “che meriti tal nome”). La forza dell’Io ristabilisce armonia, individua il centro, equilibrio tra forze. Il lavoro manuale applicato alle forme dell’Ars Canusina riporta il pensare nel volere, il volere nel pensare e crea il centro, la centralità dell’Io.

Per questi motivi i ragazzi del Marro, queste “anime bisognose di luce” (parole della Del Rio) “rientravano in sé” lavorando ai decori canusini: “Chi visita la Colonia Marro – scrive ancora la Del Rio – assiste, con animo commosso, al risorgere degli antichi motivi sotto le agili dita di bimbe che godono della loro opera e sembrano far dimenticare tutte le deficienze dell’intelligenza e le anomalie del carattere che le hanno allontanate dalla loro casa. Sembra che una fiamma tenuta accesa nella stirpe, attraverso generazioni e generazioni, ma affievolita e quasi invisibile, ora si ravvivi e brilli di nuovo splendore. Nonostante i danni della malattia, l’attrattiva per il lavoro artistico, il piacere della creazione individuale, personale, che metta in evidenza la propria abilità, agisce come uno stimolo potente e fa raggiungere successi insperati”.

In cosa consiste dunque questa “fiamma”? Che cosa in realtà viene riportato alla luce e ridona luce vera alle anime di questi ragazzi? Lo comprendiamo bene nelle parole di Karl König (1902-1966), fondatore delle comunità Camphill:

“È possibile che i portatori di handicap mentale portino il germe della guarigione nella vita sociale odierna. Per questo ci vuole quel tanto d’immaginazione per considerarli così indispensabili quanto riteniamo di esserlo noi. Con il loro essere ci rivelano qualcosa che è più percepibile in loro che nelle persone cosiddette 'normali'.

Questa cosa è il carattere dell’universalmente umano.
Quell’elemento 'infantile' che traspare nei veri artisti, sussiste in ciascuno di loro.
Ecco, dunque, il germe di cui abbiamo bisogno al giorno d’oggi.
Visto sotto quest’aspetto il portatore di handicap mentale non è affatto un essere senza valore.
Egli appare un dono per la nostra civiltà.
Lasciamoli agire.
Lasciamoli esprimere per ricevere il loro amore, come loro ricevono il nostro.”


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08/07/12 h. 12.16
Roberto Carriero dice:

Con vivo piacere ho letto l?articolo di Davide Zanichelli e gli interventi che ha suscitato. La disabilità, in particolare quella psichica, è sicuramente un campo importante di sfida per il nostro tempo, merita perciò attenzione e partecipazione. La sensibilità per questa dimensione della vita umana è oggi diffusa, perciò non c?è da stupirsi che gli interventi si siano concentrati sulle criticità della convivenza dei disabili nella società. Così è passato in secondo piano il suggerimento che stava al centro della proposta di Zanichelli, l?ipotesi che due esperienze coeve di un periodo storico già lontano da noi, ma non ancora perduto, manifestino una sorprendente analogia: il modello scolastico steineriano e l?esperienza reggiana dell?Ars Canusina.
L?accostamento, per chi conosce gli argomenti, non appare frutto di un colpo di genio, ma spunto di un?attenzione acuta sì, decisamente. A chi non ha confidenza scientifica con le nozioni della pedagogia e della psichiatria, il parallelo proposto può risultare una mera curiosità suggestiva.
Fra i reggiani, però, l?idea di Zanichelli dovrebbe causare almeno un fremito. Perché con la storia dell?Ars Canusina abbiamo davvero avuto nella nostra provincia terragna un luminoso esempio di avventura della scienza e dello spirito. Ancora pochi reggiani sanno chi è stata Maria Del Rio, psichiatra filantropa e storica. Impossibile tratteggiare la sua ricca figura in queste poche righe. Vorrei però sottolineare l?intuizione che sta alla base dell?accostamento proposto da Zanichelli e che fa dell?Ars Canusina una storia davvero speciale non solo per le implicazioni sociali e culturali, ma anche e proprio per lo specifico merito epistemologico-psichiatrico, non ancora riconosciuto.
La medicazione pedagogico-artistica della Del Rio tendeva alla ricostruzione dell?io lacerato (solo dagli anni Sessanta avremmo potuto dire ?diviso?!) per mezzo di buone pratiche addestrative. I piccoli malati del Marro acquisivano destrezza con il paziente esercizio sulla gestualità corporea: con questa costruita abilità si voleva ?emendare? la differenza umana e sociale, essa portava nei migliori casi alla perizia manuale e perfino alla valenza artigianale. Si deve tener presente che la sintomatologia che principalmente veniva ?trattata? con l'Ars Canusina riguardava lo sconvolgimento delle sensazioni e delle emozioni, la loro alterazione che induce disordine e disturbo nell'armonico scorrere delle forze dell'anima: questa medicina delle frenesie era appunto la freniatria del primo Novecento cui apparteneva Maria Del Rio. L'etimologia (pur non del tutto certa) può aiutare a comprendere la realtà clinica di quell'esperienza. I ?matti? nella percezione del tempo non erano semplicemente soggetti irragionevoli parlanti un linguaggio non comprensibile; anzi l'aspetto più problematico, sia per il controllo sociale che per la salute degli individui afflitti, era la loro vulnerabilità all'accesso dei moti perturbanti dell'animo, erano i loro comportamenti irascibili, violenti, frenetici, oppure depressi e astinenti. Il male della follia risiedeva nell'essere preda della corrente indisciplinata delle energie vitali, del corpo e della mente, che rendeva l'individuo non integrabile nella società a causa delle sue condotte personali. Non per caso dalla fine del Settecento (almeno da Philippe Pinel) a metà del Novecento i disturbi psichiatrici erano generalmente qualificati ?morali? (il mos latino è la condotta, il comportamento).
L'educazione (etimologicamente, il condurre dal luogo dell'indisciplina dei moti dell'animo verso la limpidezza dello spirito) dell'alienato curabile affrontava la patologia mentale delle frenesie al loro proprio livello, piegava con una disciplina non violenta e ad alta compliance, si direbbe oggi, le energie ribelli e anarchiche che tenevano nel loro tenebroso dominio l'io del malato, impedendogli di fare ciò di cui era potenzialmente capace, un lavoro elementare oppure un compito impegnativo, e precludendogli in ogni caso l'esercizio fondamentale di provvedere autonomamente alla propria vita. I rapporti personali della vita quotidiana in istituto e la pur modesta emancipazione sociale che il Marro conferiva ai suoi più distinti pazienti erano parte integrante della terapia. L'esercitazione tenace sotto la guida di persone esperte e motivate portava alcuni malati ad apprendere i saperi delle arti, l'abilità del fare con risultati estetici apprezzabili. Concentrati sulla creazione artistica, occhio-mano-strumento-oggetto, i ragazzi e le ragazze del Marro davano forma a sé stessi e così liberavano la propria potenzialità dal viluppo del disturbo psichico, sostenuti dal partecipato apprezzamento e incoraggiamento che il ?personale curante? non faceva mancare loro.
Io sono incline a credere che il romanico si presti bene ? come sostiene Zanichelli ? a formare una qualche qualità psichica. Mi sembra più che plausibile che un sapere ?morfologico? si sviluppi su pratiche aderenti alle forme, quelle geometrico-figurative, così come la cinestesi, il muoversi ordinatamente e armonicamente, non può essere avulso dalla formazione di un senso proprio del tempo e dei ritmi psichici e vitali. La figurativa romanica presenta tuttora, nell'Ars Canusina odierna, una variegata ma codificata dinamica di linee e forme, colori e composizioni geometriche: come l'esperienza originaria ha insegnato, si cerca ancora l'armonia del comporre e del composto in un continuo rinnovarsi del medesimo, alla scoperta delle illimitate potenzialità grammaticali dei fregi storici. Tutto parte, ancora e sempre, dal fare, diretto e nella materia. Proprio come fanno i bambini che esplorano la loro capacità di dare forma alla realtà.
Ecco perché, a mio avviso, l'ipotesi proposta da Zanichelli promette di scoprire ben più che una suggestiva combinazione storica di eventi. Davide, che non per caso dice di essere morfologo, ha qui posto un indice. Non è ancora di dominio comune la certezza che i saperi non verbali hanno pari dignità di quelli verbali (e in generale ?logico-razionali?) nel comporre l'unità dell'individuo umano. Eppure l?esperienza delle cognizioni non verbali (e nell?infanzia preverbali) dell?essere umano appartiene a un?orizzonte teorico-scientifico che si sta rivelando da un paio di decenni universalmente fecondo. Al di là della suggestiva testimonianza secondo cui c'è un potenziale salvifico in queste discipline, è la logica espansiva della nostra stessa civiltà a richiederci di esplorare l'umanità dei diversamente dotati: ciò che non capiamo è un nostro minus, ciò che possiamo fare di bene è un nostro plus. La questione sociale e civile posta, che tutti i commentatori hanno raccolto, ha in questa consapevolezza il suo luogo naturale.
Negli anni in cui maestri di pensiero come il filosofo Edmund Husserl rischiaravano l?orizzonte nebuloso della coscienza scientifica internazionale con gli interrogativi sul senso umano e civile del sapere, in tutta Europa correva l'ansioso dubbio se la scienza contemporanea era foriera di speranza o di pericolo. In quegli anni a Reggio Emilia si cercava di vincere il disordine mentale per mezzo di rinnovate discipline formali e la coltivazione dell'idea del bello, e con ciò si dava a sfortunati fino allora senza speranza una chance di guarigione-ricostruzione-ripresa: in lessico psichiatrico corrente recovery. Se un parallelo fra il San Lazzaro e il sistema Waldorf-Steiner non è pura suggestione, allora c'è una posta importante in gioco. Mi auguro che l'ipotesi messa in luce da Davide Zanichelli susciti giusti interessi storico-scientifici.

26/04/12 h. 16.18
Sbardellotto Danilo dice:

Caro Zanichelli,
apprezzo sempre il modo in cui lei scrive e stimo la passione che le fa affrontare così spesso temi legati alla pedagogia e al mondo della disabilità, ma a volte ho l'impressione che questa passione le faccia prendere il volo verso un entusiasmo quasi religioso. Mi rende scettico leggere parole come 'Amore' e 'Saggezza' scritte con la maiuscola, come se rimandassero a concetti più alti e più pieni (ma anche più vaghi) di quelli ai quali ci riferiamo con le stesse parole scritte in minuscolo. Sono ignorante sui temi della pedagogia di Steiner (e mi scuso se ugualmente ne parlo) ma mi viene da pensare che la grande forza di questa pedagogia risieda nella passione, nell'amore e nella cura che voi educatori profondete, ben più che nelle teorie sulle rette e sulle curve, archetipi vaghi come possono essercene mille altri. E' un po', tanto per saltar di palo in frasca, quello che mi ha sempre reso scettico riguardo alle teorie educative di Reggio Children. Sono davvero efficaci queste teorie? E' mai stato fatto uno studio sui risultati ottenuti in età adulta dai bambini educati secondo lo stile di Reggio Children, comparati a quelli ottenuti dai bambini educati in modo tradizionale? Per essere ancora più demagogico: se i bambini reggiani dei decenni scorsi hanno ricevuto una educazione così ricca di fantasia, di logica e di creatività, perché per fare i ponti e le stazioni siamo andati a chiamare un tale in Spagna? Quando si inizierà a toccare con mano la creatività reggiana, al di fuori dei disegni colorati dei bambini? Torno di frasca in palo: anch'io, come altri che hanno commentato il suo articolo, penso che i disabili non abbiano particolari proprietà salvifiche, come non le hanno le persone non disabili. Ma sarei contento di sbagliarmi e in ogni caso, ripeto, apprezzo davvero tanto quello che voi educatori (steineriani, tradizionali o malaguzziani) sapete fare.

12/03/12 h. 11.58
Giovanni Nicolini dice:

Mi dispiace. Vedo toni disarmanti.E' completamente smarrita la prospettiva simbolica.Davide, a mio parere, sta dicendo qualcosa di più.In una condizione prevalentemente amorale,di ogni cosa si pretende la tracciabilità economica:la prova provata della sua utilità sociale per i parametri correnti.All'opposto l'handicappato testimonia alla società del senso smarrito del limite e "il carattere dell'universalmente umano". Non è questo è un punto di partenza già abbastanza esaustivo e rivoluzionario per chi intenda aver cura della società? Che le anime siano bisognose di luce e debbano rientrare in sè non dovrebbe sorprendere.Che possa avvenire per l'esperienza dell'arte e non per un palinsesto televisivo mi sembra altrettanto eversivo. Non dovrebbe sorprendere che qualcuno si faccia carico di evidenziare aspetti così naturali.

12/03/12 h. 6.11
Amico @Zanichelli dice:

"L'handicappato che cura le distorsioni della società, ci pensate? E' rivoluzionario questo appello. O me ne accorgo solo io??" Se ne accorge solo lei perchè è una stro***ta, perchè e in che modo secondo lei l'handicappato cura la società?

09/03/12 h. 9.12
Davide Z dice:

Cara Nadia, questa volta condivido tutto.
La questione è proprio lì: non c'è abbastanza consapevolezza nella società (che, secondo me, non è per nulla migliore della classe politica che esprime) dell'importanza dell'educazione e, a maggior ragione, dell'educazione delle persone deboli.
E nella società metto anche le professioni e il circo dei media.
Altrimenti (insisto, signor Salsi) non si capisce proprio perché un treno muova immense energie civiche e mediatiche, mentre lo scempio della scuola e della formazione viene lasciato alla protesta dei soli (alcuni) docenti. Che poi finiscono per far percepire la loro lotta solo per questioni di costi, tagli o rivendicazioni sindacali.
E torniamo dunque alla speranza (quasi una profezia) di Konig: "È possibile che i portatori di handicap mentale portino il germe della guarigione nella vita sociale odierna".
L'handicappato che cura le distorsioni della società, ci pensate? E' rivoluzionario questo appello. O me ne accorgo solo io??

09/03/12 h. 7.43
Nadia Covacci dice:

Signor Zanichelli le domande che lei pone sono quesiti che chi vive la disabilità li affronta, li discute e spesso li subisce.
Perchè l'opinione pubblica su questioni come queste non si schiera e, ripendendo le sue parole, mantiene il silenzio assoluto?
Perchè la disabilità è un regno fantasma, è una schiuma leggera con la quale molti si risciacquano la bocca prima di risputarla.
Se lei si informa tra le persone comuni non c'è una conoscenza della disabilità perchè è un mondo sommerso per molteplici ragioni: primo fra tutti l'isolamento sociale e amicale nel quale vivono la maggior parte delle famiglie e delle persone con disabilità, isolamento che spesso li relega in casa, e secondo la discriminazione quotidiana a cui si è sottoposti che non dando ai disabili le stesse opportunità dei normodotati di fatto li relega in casa una seconda volta perchè al di fuori delle mura domestiche non c'è uguaglianza di accesso alle strutture, pubbliche o private che siano.
Partire dalle barriere architettoniche sarebbe un gran passo. Sa quali scuole a Reggio Emilia sono accessibili e quali non lo sono e obbligano i disabili a rinunce o a scelte non volute? Questo è problema che non si può attribuire a "Roma", ma a un disinteresse delle amministrazioni locali.

Il discorso sui docenti è arduo e complicato, ma mi tiro totalmente indietro dalla discussione se si continua a parlare di disabili come di un costo. Si crede davvero che le persone con disabilità non possano contribuire in alcun modo, ma siano solo un peso da assegnare a chi ha voglia di farsene carico? Le parole hanno un peso e anche se si tratta di citazioni è bene ribadire che anche le citazioni vanno corrette. E se il pensiero è questo significa che c'è ancora molto lavoro da fare.

I docenti di sostegno, che dovrebbero essere formati (da chi? esistono progetti di questo tipo?) in realtà non lo sono perchè manca proprio una cultura della disabilità: siamo ancora ai livelli in cui i disabili erano tutti un'unica massa informe diversa dagli altri e si applicano regole uniformi a casi diversi. Un esempio fra tutti sono i casi in cui viene assegnato un insegnante di sostegno alle superiori a chi ha una disabilità fisica che durante il giorno vive autonomamente e senza l'aiuto di nessuno, ma a sucola deve per forza avere l'insegnante che in realtà non serve a nulla se non a fare presenza e ad assegnare ulteriormente etichette alla persona disabile.
Lo stesso utilizzo della dicitura "diversamente abili" (e nei volantini dei centri diurni, delle scuole e anche nella stessa Carta dei Diritti di Reggio Emilia si usa questo scempio di nomea) la dice molto lunga sulla mentalità del popolo italiano.
Purtroppo il corpo docenti di sostegno spesso è formato da persone, giovani e non, che si sono laureati per fare gli insegnanti e non entrando in graduatoria si sono trovati a dover accettare questo ruolo, spesso perchè non avevano alternativa. E in mezzo a questo marasma di insegnanti impreparati ci sono anche coloro che autonomamente si sono formati sulla disabilità che avrebbero incontrato, che si sono impegnati e svolgono il loro lavoro al meglio.

Pima di pretendere un inserimento scolastico adeguato delle Persone con disabilità dovremmo prendere un'educazione civica della società italiana sul tema della disabilità. Solo allora, forse, i giornali sapranno dare la stessa rilevanza che danno alla TAC ai temi che riguardano i disabili.
Perchè se non se ne parla abbastanza, o per nulla, è perchè non è un tema giornalisticamente conosciuto e interessante.

08/03/12 h. 21.40
Andrea Salsi dice:

Gentile Signor Zanichelli ignoro l'argomento da Lei esposto e lo trovo interessante, non vedo cosa c'entri la comparazione tra i no tav e l'inserimento dei disabili nelle scuole.Trovo questa Sua asserzione ipocrita e demagogica e ciò che spinge le persone (tra cui molte persone con disabilità) a bloccare mezza italia per una ferrovia non sono attinenti all'argomento da lei redatto. Visto che parla di disabilità ha parenti disabili, Lei stesso è disabile?

08/03/12 h. 16.36
Davide Z dice:

Caro Giuseppe, conosco e stimo la persona e il lavoro di Canevaro. La sua decisione è indice di una situazione gravissima.
E mi risulta difficile capire perché per un treno si arrivi a bloccare un pezzo d'Italia e per questioni molto più gravi come quelle che Canevaro denuncia invece silenzio assoluto.
Insomma, non ne farei esclusivamente una questione di finanziamenti negati.

08/03/12 h. 11.29
caliceti giuseppe dice:

no. canevaro, massimo esperto (mondiale) di questi problemi, appena si insediò il ministro gelmini e tagliò sugli aiuti ai disabili, diede le sue dimissioni dal ministero. e non fu il solo. il problema è che pochi giornali ne scrissero allora. e oggi non se ne parla più.

08/03/12 h. 11.05
caliceti giuseppe dice:

poi c'è un problema legato alle scuole private: se svolgono funzioni pubbliche, e avere fondi, allora non potrebbero dire no ai disabili perchè troppo costosi; oppure niente fondi. insomma, si scelga. si parla di privato solo quando conviente....

08/03/12 h. 11.04
caliceti giuseppe dice:

no. canevaro, massimo esperto (mondiale) di questi problemi, appena si insediò il ministro gelmini e tagliò sugli aiuti ai disabili, diede le sue dimissioni dal ministero. e non fu il solo. il problema è che pochi giornali ne scrissero allora. e oggi non se ne parla più.

08/03/12 h. 9.57
Davide Z dice:

Gentile cg,
perché sono così costosi?
Perché sono così pochi i docenti formati per gestire l'educazione di questi bimbi?
Perché pochi docenti scelgono di formarsi adeguatamente mentre aumentano i casi di disabilità o anche solo di disturbi?
Perché le istituzioni non controllano adeguatamente l'operato di questi docenti così poco formati?
Perché non si investe adeguatamente sulla formazione dei docenti?
Io non ho risposte documentate a queste domande ma penso sia da lì che si debba partire.
Sarebbe utile che intervenisse pubblicamente in questa discussione qualche specialista del settore o qualche amministratore, pubblico o privato che sia. Invece continueranno a tenere le loro considerazioni nel chiuso di cervellotici convegni a cui partecipano solo loro.

08/03/12 h. 7.56
cg dice:

perchè non parlare anche dei costi di un bambino diversamente abile (?) a scuola; e del perchè le scuole private spesso li rifiutano, anche quelle cattoliche, perchè economicamente troppo costosi? è una cosa incivile di cui si continua a parlare poco. e non c'è la solidarietà di massa dei genitori del resto della classe, di solito....

07/03/12 h. 7.36
Nadia Covacci dice:

Chiedo venia se mi permetto di puntualizzare alcune osservazioni e riflessioni, ma il tema è complesso e va molto al di là di un sistema educativo nuovo.
Quando si parla di comunità ritengo che il concetto di comunità chiusa o aperta sia relativo perché quando si crea una nicchia sociale, in grado di atuogestirsi, dove la persona più debole si sente sicura e compresa (come accade anche nelle comunità di recupero per tossicodipendenti) è inevitabile che tenda a rimanerci, infatti solitamente le persone con disabilità non lasciano le comunità Camphill, ma semplicemente si trasferiscono da una all'altra.
E se volessero lasciare la comunità dopo avervi trascorso, ad esempio, gli anni dell'obbligo scolastico c'è il rischio concreto che troveranno molta più difficoltà a inserirsi nella società se non l'hanno "mai" toccata con mano.
La scelta spontanea di aderirvi può valere se lei si riferisce ai volontari che si susseguono durante l'anno, ma se gli ospiti sono persone con disturbi psichiatrici, di cui si parla nell'articolo, saprà bene che non avendo facoltà decisionale sono i tutori (spesso familiari, ma anche no) che decidono per loro quindi sarebbe sempre una scelta dettata dall'alto e tutt'altro che spontanea.

06/03/12 h. 13.04
Davide Z dice:

Salve Nadia,
secondo me l'inghippo sta nel concetto di comunità. Le Camphill (o comunque le strutture dedicate alla pedagogia curativa) non sono comunità "chiuse" (e qui subito uno pensa alla setta). Sono comunità. Punto.
Un insieme di persone che condividono valori, bisogni e si aggregano spontaneamente. Liberamente.
Il riferimento culturale è (inevitabilmente, sembra) alle grandi riflessioni di area mitteleuropea tra ottocento e novecento: "Comunità e Società" di Tonnies, "Saggio sul dono" di Mauss e via dicendo.
E proprio sul concetto di dono, sull'economia del dono (soprattutto al tempo di Internet) e il decumulo del capitale tornerò in un prossimo intervento. Ma non sono cose slegate, mi creda, dal tema della disabilità e dalle riflessioni che i disabili ci impongono di fare (se pretendiamo di continuare a dirci umani e civili).

06/03/12 h. 11.52
Nadia Covacci dice:

La ringrazio per aver approfondito i principi della pedagogia curativa che ho evitato di analizzare nel mio articolo siccome, come giustamente lei specifica, non ho la formazione per farlo.

I due dubbi, infatti, dei quali mi faccio portatrice sono altri rispetto alla validità del metodo.
In primo luogo mi chiedo, se la pedagogia curativa è realmente utile e funzionale per le persone con disabilità, deve essere necessariamente svolta in comunità chiuse? Personalmente ritengo che sia questo il punto debole del tutto, specie se visto dall'esterno, ovvero da chi non conosce le teorie Steineriane, ma anche dall'interno, in quanto persona con disabilità.

In secondo luogo mi sono spinta oltre cercando di ragionare sull'utilità di unire insieme persone con disabilità differenti, e quindi capacità residue differenti, e offrire loro invece lo stesso approccio e le stesse possibilità. Nel suo articolo lei parla esplicitamente di persone con disabilità mentale, eppure il modello reggiano è quello della disabilità unica (a tutti le stesse opportunità e gli stessi servizi) e non si discosta dal modello Camphill in cui gli ospiti "soffrono in genere di disordini emozionali e comportamentali di varia natura oltre che di handicap fisici e neurosensoriali" (www.rudolfsteiner.it). Di tutto un po', insomma, con il rischio di un abbassamento al minimo del livello di tutti. Del resto è noto che fin dagli albori degli ospedali psichiatrici dove venivano inseriti anche ospiti che non avevano disabilità psichiatrica, ma ad esempio soffrivano di depressione o erano sordomuti, come tutti finivano con l'assumere un comportamento psichiatrico. Tutto ciò è confermato anche dal riconoscimento che il rapporto e la convivenza continua con la disabilità mentale conduce al burnout.

Avevo letto la definizione che lei riporta alla fine del testo: "È possibile che i portatori di handicap mentale portino il germe della guarigione nella vita sociale odierna. Per questo ci vuole quel tanto d'immaginazione per considerarli così indispensabili quanto riteniamo di esserlo noi. Con il loro essere ci rivelano qualcosa che è più percepibile in loro che nelle persone cosiddette 'normali'", ma non ne avevo compreso il significato. Forse ora mi è più chiaro, come lei spiega il germe della guarigione dipende dall'elemento infantile che li caratterizza.

Ammetto che non mi piace mai quando si dice "i disabili sono speciali" o che "hanno qualcosa di speciale", anche perchè viene sostenuto da persone normodotate che si rapportano con la disabilità necessarimente attraverso la relazione d'aiuto.
La mia speranza è che in un futuro si possa parlare di diversità nel senso puro della parola.
Senza essere migliori o peggiori, senza essere speciali.
Perchè siamo tutti diversi l'uno dall'altro, mentre l'essere speciale secondo me dipende da altri fattori del tutto individuali e personali, che non hanno nulla a che fare con la forma fisica. Ci sono disabili amorevoli e disabili insopportabili, non credo ci sia nulla di speciale in questo se non una riproduzione fedele di qualsiasi confronto tra persone anche normodotate.

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