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Luca Cattani

Il Jobs Act e le donne


di Luca Cattani

I politici usano le statistiche nello stesso modo in cui gli ubriachi usano i lampioni della luce: per il sostegno più che per l’illuminazione[Andrew Lang]

Il 2 ottobre è uscito il bollettino mensile Istat su occupati e disoccupati. Credo che gli interventi di Renzi (Pd) e Fratoianni (SI) abbiano sintetizzato ed espresso al meglio i due principali punti di vista in seno alla classe dirigente del paese su occupazione e Jobs Act. Il primo twitta: “#Istat: giù la disoccupazione, su gli occupati. Il #JobsAct funziona. Non serve darci ragione sul passato: dateci ascolto sul futuro #avanti”. Il secondo: “Renzi festeggia il boom del #lavoro #precario, stagionale e a termine: la propaganda del Pd è senza confini. #Istat”. 
 
Non voglio cimentarmi nel fact-checking delle affermazioni in questione, anche se mi riservo di farlo in futuro. Il punto è che non ne condivido il focus. Il dibattito italiano si è ormai incanalato sull’annoso problema del precariato, con il governo che giura di aver creato buoni posti di lavoro per tutti e le opposizioni (M5S, Sinistra Italiana, Lega Nord e perfino Forza Italia!) che lo accusano di aver solo aumentato il precariato.

È un dibattito rispettabile e nobile ma ha secondo me un limite: non coglie una trasformazione storica in atto nelle forze di lavoro italiane e impedisce alla politica di vederla e di farci i conti. Io adesso vi snocciolo un po’ di dati, ma vi anticipo che il fatto nuovo e importante ha a che fare con le donne, la disoccupazione e Reggio Emilia. Per contro, ha poco a che vedere con gli uomini, il precariato e il dibattito nazionale.
 
In sintesi, si può affermare che il dato Istat sul precariato è controverso, presta argomentazioni a entrambi gli schieramenti (scomparsa degli atipici, crescita dei tempi determinati) e il dibattito è sicuramente interessante, infatti interessa praticamente tutti i partiti italiani e la maggior parte dei rispettivi esponenti.

C’è però un dato che non è controverso, di livello ancora più “aggregato” (e importante), di cui praticamente nessuno parla e di cui invece dovremmo discutere molto seriamente. Guardate qui (mie elaborazioni su dati serie storiche Istat):
 

In 10 anni l’occupazione è scesa molto per poi risalire e tornare ai livelli pre-crisi solo questa estate: 23 milioni di occupati circa. C’è stato però un consistente afflusso nel mercato del lavoro da parte di persone che prima erano inattive e che oggi lavorano o cercano lavoro.

Rispetto a 10 anni fa, le forze di lavoro hanno 1,2 milioni di persone in più, di cui 900mila donne. Avete letto bene: tre quarti delle persone che sono entrate per la prima volta nel mondo del lavoro dal 2008 ad oggi sono donne.

Ancora: gli occupati sono per composizione di genere ben cambiati: 300mila uomini hanno lasciato il posto ad altrettante donne. Di più: su 2,9 milioni di disoccupati, la metà sono donne (1,4 milioni), mentre 10 anni fa le donne disoccupate erano meno di 900mila. Ricapitolando: le forze di lavoro si espandono grazie alle donne, gli occupati pareggiano con il 2008 grazie alle donne, i disoccupati crescono a causa di un maggior numero di donne disoccupate. 
 
Che vuol dire? 
 
Il 22 gennaio 2013 ho avuto la fortuna di incappare in questo dato nell’ambito di un lunch seminar dell’Institute for employment research dell’Università di Warwick in cui mi fecero notare che il numero dei disoccupati italiani continuava a salire nonostante il numero degli occupati non scendesse più da mesi.

Dopo alcuni minuti di dibattito e qualche approfondimento, l’opinione di tutti i presenti fu unanime: dopo due anni di ammortizzatori sociali e crescita della disoccupazione tra gli uomini, in tutta Italia e specialmente al Sud le donne inattive (casalinghe che non avevano mai lavorato, studentesse neodiplomate o neolaureate e madri che avevano abbandonato il lavoro dopo la gravidanza) stavano iniziando o ricominciando a cercare un lavoro per integrare il reddito e il potere d’acquisto del nucleo familiare, gravemente compressi dalle difficoltà dell’unico lavoratore di casa (fosse marito, compagno, fratello o padre).

Per farla breve, le ristrettezze imposte dalla recessione stavano creando una falla negli abiti culturali degli italiani e nella loro secolare organizzazione familiare spingendo le donne alla partecipazione nel mondo del lavoro. 
 
Guardando il dato crudo dei valori assoluti non posso fare a meno di notare che, di tutte queste donne entrate nel mercato del lavoro, solo una minoranza (330mila unità) è stata così fortunata da trovare e conservare fino ad oggi un posto, mentre la stragrande maggioranza tuttora stenta (+567mila donne disoccupate dal 2008 al 2017).

Per darvi un termine di paragone, e citare un problema altrettanto scottante, i “giovani disoccupati” – quelli che sono disoccupati al 35% e di cui tutti parlano –sono cresciuti nello stesso periodo di 2/300mila unità: la metà.

Mi chiedo, e chiedo alla politica: per quanto tempo ancora queste donne cercheranno un lavoro prima di abbandonare nuovamente e definitivamente il mercato del lavoro? Quanto tempo abbiamo per cogliere un'occasione storica inaspettatamente creata dalle difficoltà di tanti lavoratori e dalla recessione? La partecipazione femminile al mondo del lavoro è una cosa seria e in Italia è una delle più basse d’Europa. 
 
È giusta politicamente perché promuove l’emancipazione della donna e la parità dei sessi, inoltre fa bene all’economia perché molti studi ci dicono che aumenta produttività e innovatività delle aziende.

Stiamo parlando di come far trovare rapidamente un lavoro adeguato a questo mezzo milione di donne? Stiamo discutendo di come finanziare nuovi asili nido per aiutare le donne a lavorare in una società nella quale la cura della prole è ancora e purtroppo prevalentemente demandata a loro?

Stiamo discutendo di come contenere le rette degli asili per incentivare alla partecipazione al lavoro anche le donne di famiglie meno facoltose in modo da non vanificare un piccolo stipendio aggiuntivo? Stiamo – noi a Reggio Emilia, patria di Reggio Children – discutendo di come rendere il nostro modello universale e universalmente accessibile e sostenibile?

Alle volte ho l’impressione che nel mondo reale si stia consumando un cambiamento epocale ma il dibattito politico non abbia intenzione di occuparsene, impegnato com’è a cercare sostegno nei dati per la polemica preconfezionata anziché lasciarsi illuminare dagli stessi circa la via da seguire. Spero di sbagliarmi. 


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10/10/17 h. 12.14
Luca C per Gonzaga dice:

Grazie per lo stimolo. In sintesi, L'impiego part-ltime rappresenta un problema solo in termini relativi: è negativo se un lavoratore cercava un impiego full-time, non lo è se rappresenta un equo bilanciamento lavoro-tempo libero per il lavoratore stesso. Nel secondo caso ci troviamo di fronte a una delle possibili categoria della "sotto-occupazione", che tanto fa discutere anche in Italia. Sarebbe bello riuscire a regionarne seriamente, anche in riferimento a salario, mansioni e titoli di studio.

05/10/17 h. 17.09
Gonzaga dice:

Ci sono però altri 2 dati che spiegano in buona parte il fenomeno: nello stesso periodo, l'aumento di circa 1.000.000 di impieghi part time (spesso femminili, se non quasi sempre) e la diminuzione di circa 500.000 posti full time (spesso maschili)

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