A dire il vero un po' di sfiga l'abbiamo avuta. chi nella bassa modenese non si è chiesto: perchè qui? perchè la mia città?
Quando ho scritto della fenice parlavo dell'uccello mitologico pieno di vita, che a volte viene rappresentato con un sole, non muore mai. é venerato in tutto il mondo, non solo in occidente. in Cina ad esempio la fenice vola lontano, e osserva con occhi acuti il paesaggio circostante. Rappresenta la nostra capacità visiva, di raccogliere informazioni sull'ambiente che ci circonda e sugli eventi ed è rappresentato come un uccello bellissimo, pieno di colore e pieno di vitalità.
Ma forse Cassandra hai ragione. razionalmente avrei voluto esprimere speranza, ma la chiusura invece si è limitata a raccogliere lo stato d'animo di chi stava scrivendo. da un mese ho il cuore piccolo piccolo.
Non lo abbiamo mai sentito abbaiare quel cane, ma noi bambini eravamo sicuri che fosse il cane dei Pico, tanto vecchio quanto affamato. Alcuni di noi, i più spavaldi (non certo io), sostenevano di esserci entrati in quel castello e di aver visto il fantasma di Laura d’Este, la duchessa dagli occhi tristi dipinti da Santo Peranda, aggirarsi tra le tetre stanze.
Per noi il Castello dei Pico era solo una fonte inarrestabile di favole e racconti. Lì, fermo e in disfacimento da più di quattro secoli, incantava generazioni e generazioni di bambini.
All’indomani delle amministrative del 2003 il sindaco di allora mi nominò assessore alla Cultura e Pubblica Istruzione che, per una ragazza fresca di studi, era il massimo che la vita le potesse offrire. “Questo sarà un mandato speciale per Mirandola - mi disse - completeremo il restauro del castello e lo riconsegneremo finalmente ai suoi cittadini”.
In quell’edificio obsoleto c’era l’identità di un intero territorio fatto di casali, borghi, pievi e chiese, di palazzi signorili, di gallerie sotterranee per raggiungere le frazioni circostanti. Il castello non era solo quel pezzo di rudere che si vedeva dall’altalena, ma era un intreccio di luoghi e cose, che andava oltre la città e comprendeva il suo territorio.
Finalmente il castello veniva restaurato. Gli veniva messo il vestito della festa, strappandolo al suo destino: il crollo. “Basta una nevicata che lo perdiamo per sempre - mi disse il sindaco - dobbiamo intervenire subito”.
Certo, la peggiore delle sciagure che l’Emilia potesse conoscere fino al 19 marzo del 2012 era una forte nevicata.
Inaugurato alla presenza di tutti i mirandolesi, il castello è ritornato a essere il simbolo della città. La parte che rappresenta il tutto. Una sorta di sineddoche. Il collante fra i suoi cittadini e la campagna circostante, nel suo senso primigenio dove natura e cultura non si contrappongono, ma bensì disegnano le due facce di una stessa realtà: il territorio mirandolese. Così come accade nel resto dell’Emilia dove la cultura, più che altrove, non è altro che il modo specifico con cui i cittadini cercano un rapporto con la natura, attraverso artifici.
La parola “cultura”, difatti, deriva dal lessico contadino: rappresenta l’umiltà di chi sa chinarsi a raccogliere il frutto della terra.

La campagna con tutti i suoi casali, le pievi, i fienili, i borghi e le chiese non va dimenticata nella ricostruzione. Si tradirebbe la storia del suo edificio più illustre: il castello, che verrebbe privato della metà della sua identità.
Come logo del castello dei Pico, oggi più che mai evocativo, fu scelto il profilo di una fenice, per ricordare il suo più illustre inquilino chiamato in tutta Europa “la fenice degli ingegni”.
La fenice come sappiamo risorge dalle sue ceneri. E intorno al castello, oggi ce ne sono parecchie. Partiamo da qui. Dalle ceneri di una terra che trema, destinata dalla storia a rialzarsi.
18/06/12 h. 12.06
cristina dice:
14/06/12 h. 17.01
cassandra dice:
l'ultima riga tira un po' sfiga...









