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Paolo Bonacini

Il Bignami della 'ndrangheta


di Paolo Bonacini

Un tempo alle Superiori andavano di moda i Bignami: librettini dalla copertina marrone con un concentrato delle materie di studio. Erano molti utili per strappare il sei nelle interrogazioni quando il professore si accontentava di una esposizione sommaria. Ammetto di essermi preparato all’esame di maturità, al liceo, ripassando sui Bignami.
 
Se esistesse un Bignami della ‘ndrangheta, Antonio Valerio sarebbe uno degli autori. Anche perché è l’unico mafioso al mondo a conoscere il Bosone di Higgs, le Onde Gravitazionali, il Brunelleschi, i capponi di Renzo, e a leggere “La Repubblica” di Platone in carcere mentre gli altri si accoltellano o guardano film porno.
 
Mettere in fila per voci e capitoli il Bignami del collaboratore di giustizia è quasi come raccontare in poche righe la “commedia italiana” che si dispiega dietro la penetrazione mafiosa in Emilia Romagna. Con i suoi drammi, le sue gaffes, le sue morali. Proviamo a scriverne una parte, inserendo una anche una postfazione dell’altro pentito Salvatore Muto.
 
Perché alla consapevolezza e all’ironia dell’uomo forte, si aggiunge poi la disillusione e l’amarezza del compare sofferente.
 
A pane e ‘ndrangheta.
PM Beatrice Ronchi: “Valerio, lei quando è arrivato a Reggio Emilia era già grandino, un ragazzo di 23 anni. Aveva già visto la ‘ndrangheta di giù?”
Antonio Valerio: “Giù si cresce a pane e ‘ndrangheta, dottoressa. Giù la questione sono due: o sei molle e ti fai schiacciare, o schiacci. Non c’è una via di mezzo o una zona grigia”.
 
L’alta scuola del Giudice di Pace
In una intercettazione telefonica Valerio parla di un avvocato e il procuratore Mescolini gli chiede: “Chi è?”
Valerio: “Come chi è. È lui! (Nicolino Grande Aracri). Chiamato anche l’ingegnere. Il geometra. Equitalia.”
Mescolini: “Equitalia?”
Valerio: “Perché Equitalia: perché avevano tirato via un despota di Cutro, Dragone, e ne era subentrato subito un altro che era lui (a battere cassa). E tutti andavano da lui a chiedere consigli, tutela, intermediazione. Anche per faccende famigliari modestissime. Era diventato come un giudice di pace monocratico. Girava con il Codice Civile in mano, pure. Questa ve la racconto perché io l’avevo lasciato (Grande Aracri) che in quanto a cultura criminale non aveva niente da imparare; anzi, aveva tutto da insegnare. Ma con l’italiano non è che ci pigliasse poi tanto. Non aveva fatto le scuole alte, anche se la sua classe era all’ultimo piano. E invece, dopo, Carmine Sarcone mi racconta che è cambiato, che ci piglia pure, che gira con il Codice in mano e dice: tu che problema hai? Allora, vediamo, l’Articolo del Codice dice che… il Comma tale precisa che… E io gli chiedo a Sarcone: ma ci piglia, o fa finta? E lui mi risponde: No, no, no, ci prende pure! Devi vedere come favella, nel senso che ha favellato, in italiano. Io, dott. Mescolini, l’avevo lasciato nel 2000 e lui Grande Aracri torna libero nel 2011. E quindi in 11 anni, oddio, uno una laurea la piglia se si impegna. E allora lui quando è uscito dispensava consigli a tutti con il Codice in mano. E così lo chiamavano anche l’avvocato, lo chiamavano”
 
Come Nerone:
PM: “Eugenio Sergio apparteneva alla ‘ndrangheta?”
Valerio: “Più appartenenza di questa qua! Lui era vicino a me. Uomo di fiducia. Altroché. Partecipa a tutto con me. Viene a incendiare tutto quanto, io e lui sembriamo Nerone a Reggio Emilia, sembriamo”.
 
Santa ad honorem o Chi se ne frega?
Antonio Valerio: “Quella di Gaetano Blasco arriva ad honorem: carica ad honorem. Lui aveva lo sgarro, io la santa. Poi Blasco diventa ad honorem pari a me. Poi trequartino e quartino in soli sei o sette mesi. Ad honorem perché anche se lui non aveva commesso dei fatti di sangue, partecipava sia a finanziare le azioni criminose sia nella collaborazione esterna”.
Il grado nella consorteria non è però una condizione sine qua non per appartenere alla ‘ndrangheta. C’è addirittura chi i gradi non li vuole.
Antonio Valerio: “Quel giorno che giù a Cutro Nicolino Grande Aracri diede lo sgarro e la santa a Blasco e a me, ci doveva essere anche Eugenio Sergio, ma lui mi disse che non la voleva quella carica”.
Eugenio Sergio: “Io sono sempre con voi però a me, a sessant’anni, sulla soglia dei sessanta, mi date ‘ste cariche. A me che me frega? Se poi dobbiamo andare a fare una cosa che ho bisogno di una carica, la carica ce l’ho io. La carica sono io. Punto e basta!”
 
La crème de la crème.
Antonio Valerio: “Ho cominciato con la bassa manovalanza e poi sono venuto su. Sono partito già direttamente dalle zone alte, ecco. Se così si può dire. E’ brutta, ma è così. Io frequentavo la crème de la crème.
 
Romantico mondo criminale a 380°
Il grado assegnato a Gaetano Blasco era importante per la donna che amava e che gestiva i suoi affari: Karima Baackaoui. Imputata al processo Aemilia e attualmente latitante. Si dice sia in Tunisia.
Valerio: “Blasco ci teneva ad avere un grado alto, perché aveva ‘sta Karima che si era infatuata di questo mondo romantico criminale, e lui aveva con lei un rapporto sentimentale molto stretto. Ci sono delle telefonate da ufo proprio, da ufo, perché lei era gelosa. Era la sua impiegata tutto fare, di massima fiducia. Karima è una donna con…”
PM Beatrice Ronchi: “Gli attributi?”
Valerio: “Gli attributi, va bene. Perché è attiva nelle attività illecite, nelle operazioni di prestito, nel recupero crediti, nella falsa fatturazione. Era molto appassionata soprattutto del mondo ‘ndranghetistico e gestiva tutto l’ufficio di Blasco a 380°, non a 360° come si suole dire. E Blasco le voleva molto bene, davvero… più che a sua moglie”.
 
Centrifuga, anzi centripeta
Ci sono due momenti, dopo il 1998 e nel 2003/2004, in cui Antonio Valerio cerca di cambiare vita.
“Totalmente”, dice. Spiega così quella scelta: “Non mi interessavano più le dinamiche criminali, andavo a guardare quelle commerciali, economiche. In quegli anni, se vedete, c’è un momento in cui Valerio non si interessa più di nulla. Se ne fotte di tutti e non vuole sapere niente di nessuno. Ma, come in una forza centrifuga, c’è sempre chi ti tira di nuovo dentro, chi non gli sta bene che tu stai bene. Perché? Che cosa vedono? Vedono che io guadagnavo: solo nell’ultimo mese, prima che mi sparasse Bellini per cercare di uccidermi, avevo fatto 30 milioni di utile (in lire; pari a circa 15mila euro).
 
I soldi non vanno mai in prescrizione.
Riguardo ad un credito di Valerio maturato anni prima con Tonino Brugnano, detto Sazzizzo, è in seguito Gino Brugnano a cercare di recuperare 20mila euro per conto dello stesso Valerio.
PM Mescolini: “La prescrizione non c’è mi pare di capire”
Valerio: “No, che prescrizione. Quando scatta la prescrizione è peggio dell’omicidio. Qua non si va mai in prescrizione, soprattutto per un credito. Ma scherziamo?”
 
Borderline.
Valerio: “Allora, questa vicenda dalle tante trame e sfumature, con una complicatissima quantità di attori, è un vero borderline”
PM Mescolini: “Borderline… non vuol dire che è un bordello”
Valerio: “Sì. E’ un vero bordello”.
PM Mescolini: “Questa è bella. Me la rivenderò”.
 
Liberi e in manette.
Domanda secca del PM Beatrice Ronchi: “Ci saranno altri appartenenti al sodalizio in Emilia che non abbiamo arrestato?”
Precisazione del PM Mescolini: “O li abbiamo presi tutti?”
Risposta di Antonio Valerio: “No, No. Tutti no!”.
Seguono sui verbali cinque pagine bianche con la sola scritta: “Omissis”.
Cinque pagine.
 
Ammazzatemi voi
Chiudiamo con l’ultimo collaboratore di giustizia. Il 2 ottobre 2017 c’è il primo interrogatorio di Salvatore Muto che ha chiesto di parlare; è condotto dai PM del processo Marco Mescolini e Beatrice Ronchi alla presenza del maresciallo Gaglianone del reparto operativo Carabinieri e dell’avv. difensore Eleonora Irrera.
Dopo alcune ore e diversi fraintendimenti sulle reali intenzioni dell’imputato, il dott. Mescolini gli chiede: “Scusi Muto, ma quando lei è venuto su, con chi pensava di avere a che fare? Come lo chiamava lei ‘sto gruppo, per capire?”
Salvatore Muto: “Non lo so. Perché non… Se lei mi chiede: Lei è della ‘ndrangheta? Io le rispondo: No. Non solo non ho avuto il battesimo, ma io non… Forse lei non mi crede, ma io a fare male a una persona no. Che poi se mi sono mischiato fin dall’inizio per fare affari, sì. E ho avuto un rendiconto. Ma non era perché io volevo appartenere o fare del male, perché non ne ho mai fatte di queste cose. Oggi però sentendo tutto, e come è andato il processo, mi reputo di essere appartenente a questo gruppo. Che poi si chiama ‘ndrangheta, si chiama. E se sono venuto qua è perché voglio liberarmene. Anzi, vi dico la verità, la sincera verità: io avevo pure tentato di ammazzarmi, perché non ce la facevo più a reggere questa cosa. Ma non ho nemmeno il coraggio di farla su di me questa cosa. Questo è il… Anzi, dopo che io faccio la deposizione, aiutatemi voi. Se mi potete ammazzare voi. Perché la voglio finire. Non voglio più avere niente a che fare”.
 
(continua)
 
(da 'Il Bignami della 'ndrangheta' - Cgil Reggio Emilia)
 
* * *

La Cgil di Reggio ha scelto una forma intelligente per seguire il processo Aemilia affidando a uno dei giornalisti più esperti della realtà locale, che è anche autore consolidato di opere di narrativa, lo sviluppo del dibattimento che va svolgendosi in questi mesi a Reggio Emilia. 24Emilia e io personalmente siamo particolarmente grati a Paolo e alla Cgil per averci concesso l'utilizzo dei suoi testi, anche nella consapevolezza che ciò possa contribuire a rendere più capillare la diffusione delle vicende legate alla penetrazione della 'ndrangheta nella nostra provincia e a far sì che da una maggiore consapevolezza possano scaturire gli anticorpi affinché questi germi di malaffare possano essere definitivamente estirpati dal territorio emiliano. (n.f.) 


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