A noi servirebbe una mano per portare a termine un sistema educativo differente, che tenga in considerazione le reali esigenze dell'essere umano moderno.
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con l’ambizione, con la paura e con l’amore.
Noi rinunciamo ai primi due”.
Rudolf Steiner
Giugno, tempo di pagelle scolastiche.
Anche nella scuola steineriana di Reggio Emilia vengono consegnate, di due tipi però. Ci sono quelle previste dalla parità scolastica e identiche a quelle delle altre scuole; poi ci sono le pagelle artistiche, quelle specifiche della pedagogia Waldorf.
L’educazione Waldorf non prevede voti. Né durante l’anno per valutare una singola attività né, a maggior ragione, a fine anno per sintetizzarne il bilancio. Questo perché, a differenza della scuola pubblica, al centro della valutazione non sta il programma scolastico, quanto è stato fatto e appreso di ciò che il Ministero prevede. Nella pedagogia Waldorf al centro sta l’alunno, con le sue individuali capacità, i sui individuali tempi e modi di apprendimento, la sua storia individuale.
Il maestro conosce queste individualità una per una e per ognuna disegna una singola traiettoria di apprendimento, all’interno di quell’organismo vivo e coeso che è una classe, una comunità che crescerà insieme per otto anni (dalla prima all’ottava, cioè la terza media).
Pensiamoci un attimo: a cosa servono veramente i voti? A cosa serve che un bambino sappia che la sua prestazione è stata valutata da 5 piuttosto che da 7? A cosa serve che tutta la classe venga a conoscenza della valutazione di ciascuno? Ancora: come garantire ai bambini l’oggettività del giudizio del maestro? Come garantire ai bambini la continuità nel tempo dell’imparzialità?
I voti generano di fatto due atteggiamenti dannosi per lo sviluppo equilibrato dell’Io del bambino. Quelli negativi o non conformi alle attese (soprattutto di quei genitori che cercano nei figli rivincite o compensazioni) minano l’autostima dei bambini. Il percorso lento di un bambino non è necessariamente indice di scarso impegno. Molte volte è la combinazione di fattori familiari, emotivi o sociali che la scuola si guarda bene dall’indagare (ah, la privacy!) ma che non di meno influenzano la formazione dei piccoli.
Mortificare nei primi anni di scuola gli sforzi fatti e veramente conosciuti solo dai diretti interessati, significa contribuire a pregiudicare l’atteggiamento che in futuro i ragazzi avranno nei confronti delle proprie capacità e possibilità.
In secondo luogo i voti minano le forze di volontà dei bambini, lavorando, invece che sulla libertà e la responsabilità, sull’utilitarismo. Le motivazioni per lo studio non risiedono più dunque nella libera volontà di farlo (o di non farlo) ma nella finalità del voto: studiare per far contenti gli insegnanti e i genitori, con tutto ciò che ne deriva sotto forma di compensi e regali.
Ma la questione non finisce con i danni provocati al bambino, si estendono anche verso la salute dell’organismo sociale. I voti, infatti, sono la prima occasione che i bambini hanno di sperimentare sulla loro pelle l’ingiustizia sociale, minando così, attraverso l’autorità del maestro, l’autorità della legge.
I voti, infine, avallano nei fatti il principio della competizione, leva di affermazione individuale e metrica del successo sociale, inculcata in tal modo fin dalle elementari nell’anima dei bambini. Quanti insegnanti lamentano l’incapacità di genitori “di successo” di accettare l’insuccesso scolastico dei loro figli?

Ma allora in cosa consistono le pagelle di questa scuola così “strana”?
Durante l’anno ogni classe affronta un insieme di materie che stimolano fortemente le capacità immaginative degli alunni: in prima il mondo delle fiabe, in seconda il mondo degli animali e la biografia dei santi, in terza le grandi narrazioni sulla nascita del mondo, in quarta la mitologia nordica, in quinta la botanica. Ogni anno il maestro prepara dunque un racconto (alcuni lo fanno in forma poetica) che ha per protagonista il singolo alunno, rappresentato in una forma che lo scolaro ha imparato a conoscere e nella quale, riconoscendosi, può farsi un’immagine viva di sé: del suo percorso, dei suoi punti di forza e dei suoi limiti. Al contrario i voti numerici restituiscono un’immagine statica, una fotografia arida e cristallizzata della dinamica vitale che è un processo formativo.
Questa narrazione sarà imparata a memoria durante l’estate e ripetuta davanti ai compagni nei primi giorni dell’anno successivo. Ciò consentirà di portare dentro di sé un’immagine potente e viva del proprio Io, dove non c’è un meglio o un peggio, ma caratteri e percorsi che ognuno è in grado di valutare in autonomia.
Mio figlio grande è stato in prima un soldato fedele al proprio Re, in seconda un cane che si libera dalle catene, poi il Tobia biblico, poi Odino, quest’anno un noce. Lette in sequenza (vengono raccolte nello stesso quaderno e illustrate dal maestro) consentono di rivedere tutto il suo percorso evolutivo, la sua progressiva conquista di un equilibrio tra il rigore che rischia di ingessare la creatività e una sana flessibilità nell’osservare le regole.
Quanto poi abbia appreso delle singole discipline (le ore di matematica, di grammatica, di scienze, di musica, di lingua straniera… sono le medesime di una scuola pubblica, con qualche materia “speciale” che in altri articoli ho già descritto) è cosa che viene delegata ai numerosi colloqui con i maestri di materia.
Molto spesso si scambia per lassismo “frikkettone” la regola del non-voto o dell’impossibilità di essere bocciati nella scuola Waldorf. Una sorta di socialismo del merito come accadeva con il 6 politico o gli esami collettivi. Nulla di più sbagliato. Al contrario si tratta di una conquista fondamentale nel campo dell’educazione sociale, indice di una grande maturità del sistema formativo e dei genitori, perché fondata su libertà e responsabilità individuali.
In questo modo i bambini imparano, nei molti anni passati in comune, a studiare e a vivere, a gioire e ad arrabbiarsi insieme. Essi sperimentano i risultati degli stimoli e dei vincoli che si creano in una comunità indisgregabile. Le difficoltà di uno scolaro non vengono ulteriormente punite (già ci sono, perché accanirsi?), piuttosto si cerca, nella comunità della classe e della scuola, la via adatta a ogni individuo.
“È fondamentale che i bambini sviluppino autostima. Non un’autostima orgogliosa, ma un’autostima che sa una cosa precisa: io ho un compito nel mondo. I bambini non ne hanno una consapevolezza diretta, ma sentono che è così.” (Thomas Homberger, maestro di maestri Waldorf)
Käes - uno psicoanalista francese che ha studiato ciò che accade da un punto di vista affettivo nei processi di apprendimento - sostiene la valutazione è una delle quattro funzioni-cornice all'interno delle quali s'iscrive qualsiasi rapporto docente - discente.
Si tratta ? come per le altre tre funzioni - di una funzione genitoriale, definita da Käes come funzione "individualizzante", poiché la valutazione contribuisce (implicitamente) a definire il profilo di ognuno di noi, ad individuarci.
Come un genitore che ha tanti figli comincia ben presto a guardare ad essi a partire dalle loro diversità ed esaltandole, altrettanto dovrebbe fare il docente, contribuendo così a definire il profilo individuale di ognuno di noi: questo è il discorso di Käes, che condivido.
E? per questo che ha ragione Zanichelli a criticare la maniera con cui essa viene spesso usata a scuola.
Però come lui stesso dice anche nella scuola dei suoi figli c?è una preoccupazione individualizzante, che secondo me anche i migliori docenti ? pubblici e privati ? usano per il meglio, magari senza rendersene conto.
Del resto Einstein a proposito della scuola e della valutazione diceva: ?la maggior parte degli insegnanti perde tempo a fare domande che mirano a scoprire ciò che l?alunno non sa, mentre la vera arte del fare domande mira a scoprire ciò che l?alunno sa o è capace di sapere?
Salve Claudia, veramente la pedagogia Waldorf non è una teoria, nel senso epistemologico ortodosso. Trattasi piuttosto di una parte di una specifica Weltanschauung, che è questione più complessa. Ma non voglio buttarla sull'accademia.
Mi interessa, sinceramente anche se ammetto il tono provocatorio dell'articolo, un confronto sui principi che stanno alla base dei sistemi di valutazione.
Per un motivo molto semplice: se vogliamo (se siamo d'accordo...) incidere il bubbone di quello che Umberto Galimberti chiama l'ospite inquietante (l'apatia, l'indifferenza, il nichilismo dei più giovani) non è possibile continuare a gestire il problema dell'autostima con i sistemi di valutazione attuali.
E non è solo un problema di insegnanti, ma di formazione degli insegnanti e anche di classi dirigenti, totalmente inadeguate ad affrontare questi temi.
La pedagogia Waldorf, da quanto ne ho capito fin'ora come padre di due bimbi che ne beneficiano, ha un vero obiettivo: consentire all'essere umano in formazione di trovare (riconoscere) il suo posto nel mondo. Affinché sia felice.
Mi dica lei questo obiettivo cos'ha a che fare con 5, 6, 7 e crocette su uno stupido questionario.
Però sarei molto contento di un confronto su sistemi alternativi che, onestamente, non conosco.
vedi Davide questa è una teoria, poi ce ne sono tante altre educare e insegnare è una combinazione di teorie messe insieme e l'abilità dell'insegnante è fondamentale nel cercare di coordinare e mettere in pratica tante teorie.
Credimi le ho studiate tutte...e tutte si diversificano, non possiamo dire che una è meglio dell'altra, bisogna appunto usare la combinazione delle teorie.









