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Nicola Fangareggi

Fuori della storia


di Nicola Fangareggi

Non desidero polemizzare con Matteo Sassi, che è vicesindaco di Reggio Emilia e mi sembra anche un bravo e serio ragazzo. Solo che mi è capitato di leggere sulla Gazzetta una sua intervista dedicata al “lavoro” e sono rimasto, come dire, un po’ sconcertato.
Conosco e comprendo la ritualità del fare politica: i tatticismi, i riposizionamenti, i messaggi esterni e interni. A maggior ragione quando si ricopre un incarico pubblico e si vive una fase di transizione con scissionismi e lotte intestine.
 
Ma mi viene da dire: ragazzi, scherzate pure tra voi su posti e poltrone, ma lasciate stare gli argomenti seri. Oppure parlatene tra voi, ma non fatelo sapere troppo in giro. Rischiate che vi legga qualcuno che lavora davvero, qualcuno che il lavoro non ce l’ha, qualche microimprenditore rovinato da Equitalia, una pletora di anziani e vecchiette turlupinate da qualche banca, un drappello di giovani neoproletari a cui vorreste continuare a imporre una visione del mondo – come dire – domestica, garantita, assistita, tutelata dal Moloch di uno Stato-Mamma che, se per qualche tempo è esistito nel secolo scorso, ha tirato le cuoia da decenni.
 
La tua e la vostra analisi della realtà, gentile vicesindaco, è drammaticamente analoga a quella di una sinistra anche emiliana che vi vota per ragioni affettive e familiari, ma che ha smesso di credere da un pezzo che possiate essere in grado di trovare qualche soluzione a quanto accade nel mondo. Con rispetto, ma la vostra analisi è vecchia e inadeguata. 
 
Parlate di lavoro come diritto costituzionale senza comprendere che della nostra splendida Costituzione il mondo se ne frega. Non riuscite o non volete capire che la vituperata globalizzazione ha tolto dalla povertà assoluta un miliardo di esseri umani, soprattutto in Asia, e ciò è accaduto nel lasso di tempo di un ventennio. 
Ora stiamo tutti demonizzando i voucher come fossero la causa di tutti i mali italiani – certo, sui voucher molti hanno fatto i furbi, è sacrosanto intervenire: ma credete forse che abolendo i voucher si crei un solo posto di lavoro in più? 
L’economia italiana sta ancora molto faticosamente in piedi, caro vicesindaco, e ancora non è arrivata al baratro vero, perché c’è un signore a Francoforte che sta pompando 80 miliardi al mese di carta moneta per tenere il costo del denaro più basso possibile. 
 
Ciò continua a illudere molti italiani – te compreso, temo – che alla fine siano le costituzioni e non gli esseri umani di poter in qualche modo “uscire dalla crisi”, senza avere compreso che non si tratta affatto di crisi, che i subprime del 2008 sono materia di archeologia, che tante parti del mondo hanno economie in forma eccellente e che gli ultimi in questa Europa a un passo dalla decomposizione siamo noi, disgraziata Grecia a parte, e che lo siamo per nostra insipienza, pigrizia, arroganza – e per continuare a non capire in quale direzione vada la storia.  
 


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20/03/17 h. 18.25
Franco dice:

Purtroppo il direttore ha in gran parte ragione.
Questa storia dei voucher poi è davvero emblematica e singolare.
Se la malattia è la mancanza di lavoro e la blanda medicina (solo sintomatica e con effetti collaterali) sono i voucher, non è comunque che eliminando la medicina, per quanto poco efficace sia, si guarisce dalla malattia.
Magari qualcuno arriva a credere che il problema siano i voucher....
In ogni caso è difficile combattere precarietà e sfruttamento su qualcosa che non c'è (il lavoro).

16/03/17 h. 12.10
condivido Fangareggi dice:

E' tutto esatto, purtroppo la sinistra radicale è rimasto un contenitore di 'cose buone' ma largamente utopiche. La società ha accettato soluzioni diverse e non vi è stata una protesta popolare importante alla base di queste evoluzioni. La sinistra dovrebbe lavorare di strategia accettando un ruolo di contrappeso nell'area moderata per smussare le controversie più gravi. L'idea di portare indietro la lancetta del tempo porta alla sua estinzione. E' una tattica suicida direi anche poco intelligente. Fangareggi ha colto il tutto con esattezza. Anch'io rimpiango certe lotte storiche, ma non posso combattere contro i mulini a vento. Oltretutto anche allora che eravamo fortissimi alla fine si perse, figuriamoci oggi...

14/03/17 h. 23.35
Mi avete convinto dice:

Ma sì dai portiamo l'iva al 30% e l'imu al 10, poi però dobbiamo obbligare qualcuno a comprare una qualche casa o ad investire in consulenze che pur essendo per lo più le nuove mazzette, hanno il pregio di essere tassate a vantaggio della comunità e soprattutto del settore pubblico, che può così offrire un pacco di servizi e offrirsi un sacco di stipendi.
Così si passa in massa dal settore privato a quello pubblico, dove ci sono più possibilità di fare un cazzo e guadagnare tanto, mentre per le partite iva, maschi nell'enogastronomia e femmine nel linguistico e culturale il tutto al servizio del turista.
Con tutti i soldi che avevamo nelle banche si potrebbe andare avanti per almeno tre generazioni, a patto che non spariscano le banche.

14/03/17 h. 17.21
Fausto Braglia dice:

Cercando di evitare ogni semplicistica retorica, che non produce alcun risultato utile alla discussione, ritengo invece che il vice sindaco Sassi abbia evidenziato un punto molto importante, ossia la precarizzazione e lo sfruttamento del lavoro, tuttavia evidenziando, a mio avviso, carenze significative nel proporre soluzioni interessanti, se non quella generica di abolire i Voucher, nella sostanza una "non-soluzione".
Ritengo che dall'uno e dall'altro lato si dimostri una mancanza di capacità imprenditoriali e di comprensione del mondo, quantomeno, economico. Mi spingerei oltre: perseguendo un atavico spirito ?democristiano?, come troppo spesso è avvenuto nella recente storia del Paese, da una parte ci si accomoda con chi in qualche modo ancora ha i soldi (le classi medio-alte della società) attraverso soluzioni opportunistiche come i ?Voucher?, peraltro sovente spacciate per soluzioni ?quasi caritatevoli? che permettono lo sviluppo di lavoro e fanno emergere ?lavoro nero? mentre dall'altra, con richiami di vecchio stampo comunista, si propongono soluzioni in stile "bandiera rossa" / "terzo stato che si riscatta", proponendo la difesa tout court del lavoro, che presuppone un inevitabile assistenzialismo spendaccione, genericamente egualitario, che piega al ribasso la concorrenza e il desiderio di produrre sviluppo economico e sociale.
Peccato che entrambe le posizioni siano lontane dal proporre una soluzione percorribile in un mondo globalizzato. Ne esiste una molto semplice a livello teorico. Il presidente della Banca centrale europea Mario Draghi la evidenziò già dal 2010
https://www.bancaditalia.it/pubblicazioni/interventi-governatore/integov2010/draghi_51110_ancona.pdf
si deve ricostruire il concetto di filiera, dove le medio-grandi imprese diffondono la cultura tecnologica ed ora anche questa ?industria 4.0? fino ai livelli di PMI (spesso fornitrici delle medio-grandi imprese).
Come? Promuovendo i soliti nodi di collaborazioni università/centri di ricerca/imprese e spingendo all'aggregazione a partire dal Pubblico che investe in PMI altamente innovative. Solo allora il privato seguirà negli investimenti, che ad oggi restano troppo fiacchi in ottica di competizione europea e globale.
Certo, una volta creata da una parte ricchezza con l'industria 4.0, dall?altra si avrà ancor più disoccupazione, poiché aumentare la produttività attraverso processi di meccanizzazione e "robotizzazione" significa in ultima istanza che l'industria avrà ancor meno bisogno di operai e impiegati, sostituiti sì da altre competenze, ma minori in termine di numero di soggetti coinvolti. A quel punto, a meno di rivolte sociali, si dovrà redistribuire il reddito anche tra coloro che non lavoreranno o lavoreranno meno. Ma almeno si avranno industrie all'avanguardia che avranno tutto l?interesse e potranno pagare il risanamento idro-geologico del paese, le infrastrutture, la promozione di cultura e turismo a livello internazionale dove far lavorare persone con competenze minori a livello industriale, ma maggiori in altri ambiti, come lo studio delle lingue, la cultura, l'enogastronomia ecc....insomma si tratterà di mettere a frutto il concetto di accoglienza del turista-consumatore e fruitore della cultura e della bellezza, queste sì inimitabili, italiane....
Inoltre, si pone già ora la questione di trovare un sistema fiscale che sappia estrarre imposte dalle imprese "più ricche e competitive" senza deprimerle ed evitando elusioni ed evasioni fiscali (coi soliti giochi dei paradisi fiscali o di altri paesi UE con imposizione simile ai paradisi fiscali, quali Lussemburgo, Irlanda, Olanda ecc...). Si dovrà, a mio avviso, passare dalla tassazione del reddito alla tassazione della proprietà e del consumo. Si dovrà spostare la tassazione sulla base non della residenza fiscale o del luogo in cui viene prodotto il reddito, ma sulla base di dove avviene il consumo di quel reddito prodotto e dove risiede la proprietà..... quindi più IVA e IVA più semplice. Più "IMU", meno IRES, IRAP, IRPEF. In tal modo, si ridurranno anche le disparità legate alle bilance commerciali e le vere e proprie guerre commerciali, dove pur di aumentare le esportazioni si guerreggia a livello di valute.
Infine, con imposte come IVA e IMU, si dovrà redistribuire il reddito e garantire un livello minimo, ma davvero minimo, di sussistenza a chi ha un ISEE ?basso?, anziché distribuire soldi a pioggia (come avvenuto invece con le logiche degli ?80 euro?) a chi lavora o genericamente non lavora, anche qualora abbia ricchezza e/o beni immobili tali da portarlo tranquillamente al di sopra della soglia di povertà. Tali considerazioni sono concrete e realizzabili, tramite indicatori come l?ISEE e si possono costruire altri indicatori anche più dettagliati, persino a livello famigliare....
Si tratta forse di concetti ?rivoluzionari?, sia a livello di "sviluppo economico" e finanza, sia a livello di imposizione fiscale per la redistribuzione del reddito.
Per tale motivo, solo se la politica e l'amministrazione pubblica affronteranno questi temi, il cittadino italiano (ma non solo, si dovrebbe arrivare almeno al concetto di "cittadino europeo") si libererà dal concetto di lavoro obbligatorio per sopravvivere. Poiché, come scrive il Direttore Fangareggi, prima o poi il concetto di lavoro garantito dalla Costituzione sarà da superare, semplicemente poiché il lavoro dovrà essere concretamente non più una necessità per la propria sussistenza, ma un diritto da esercitare laddove ve ne sia il desiderio.
La mia opinione è che una visione di questo tipo non troverà molto spazio finché avremo politici mediamente impreparati e indifferenti, legati a dipendenti e dirigenti pubblici (sovente autori ultimi delle norme e delle ?circolari? attuative) spesso anche palesemente indolenti e incompetenti.

14/03/17 h. 15.28
Immagino dice:

Che la stessa fila di banalità le potesse scrivere anche per l'imprescindibile intertervento di Ottavia Soncini, Direttore. Certamente la leggiamo con attenzione, visto che lei rappresenta il lavoro vero.

14/03/17 h. 15.06
antonio curcio dice:

lei dice bene direttore ma da ignorante a parte la sua analisi che condivido non leggo un altro modo per riconvertire il misero e miserevole ciclo e riciclo ..della storia

14/03/17 h. 14.15
Plin plin dice:

L'autore, in fin dei conti, propone il darwinismo sociale. Sarebbe questa la direzione della storia. Salute!

14/03/17 h. 12.55
L dice:

Commovente e vero.

14/03/17 h. 12.43
? dice:

In che direzione va la storia? Giusto per sapere.

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