Emilia. Stranieri, più cristiani che musulmani

Pluralista, con forte maggioranza cristiana anche fra gli stranieri e con una presenza musulmana molto diffusa ma sostanzialmente stabile negli ultimi anni. L’Emilia Romagna non è più un monolite religioso: decenni di secolarizzazione degli italiani da un lato e le forti migrazioni di stranieri dall’altro hanno fortemente cambiato il quadro, da Piacenza a Rimini, facendo della nostra regione un’area d’Italia caratterizzata dalla convivenza di diversi culti che arricchisce il quadro culturale e religioso lungo la via Emilia.

 
Lungo la via Emilia, infatti, il 47,5% dei cittadini stranieri è a vario titolo cristiano – 253mila persone, di cui 158mila cristiano ortodossi, 95mila cristiani cattolici – mentre solo il 38,9% è musulmano (182mila persone). Il dato emerge dalla ricerca "I monoteismi in Emilia Romagna", la prima mappatura dei luoghi di culto e delle comunità religiose monoteiste (ebraismo, cristianesimo ortodosso e Islam) non cattoliche realizzate dall’Assemblea legislativa dell’Emilia-Romagna in collaborazione con l’Università di Bologna – Dipartimento di Storia, culture, civiltà e Gruppo di ricerca e informazione socio religiosa (diretto da Giuseppe Ferrari) – e l’Osservatorio per il Pluralismo religioso, il cui coordinatore scientifico è il professor Pino Lucà Trombetta. Nel Piacentino sono cinque i luoghi di culto islamici, tre quelli cristiano ortodossi e quattro quelli ebraici 
 
La ricerca, sviluppata attraverso questionari e studi empirici, racconta di una regione che negli ultimi due decenni ha cambiato pelle: non più terra di confine tra la tradizione papalina e l’epopea dell’anticlericalismo anarchico-repubblicano, ma realtà fortemente secolarizzata da un lato e approdo di differenti religioni dall’altro. Si legge in una nota.L’indagine ha anche il merito di sfatare il luogo comune che i “nuovi fedeli” siano quel monolite islamico accreditato da certa pubblicistica sull’immigrazione. Infatti, i fedeli musulmani rappresentano in Italia solo il 32% degli stranieri, mentre i “cristiani” (cattolici, ortodossi, pentecostali, evangelici, etc) oltre il 50%. Modesta, anche se storicamente e culturalmente molto radicata, è la presenza ebraica. Venendo ai luoghi di culto si scopre che da Piacenza a Rimini sono attive quattro Comunità ebraiche (Bologna, Ferrara, Modena e Parma) mentre 37 altri luoghi parlano della storia e vita ebraica in Emilia Romagna (sinagoghe, cimiteri, etc). Per quanto riguarda i cristiano ortodossi, invece, si segnalano 65 realtà di cui 41 comunità aventi chiese stabili, suddivise fra i diversi Patriarcati e Chiese di appartenenza. La comunità ortodossa è quella che, a seguito dell’immigrazione (soprattutto femminile) dall’Est, ha conosciuto la maggior crescita negli ultimi 20 anni. La giovane diocesi ortodossa romena, in particolare, ha una significativa presenza sul territorio di ben 25 luoghi di preghiera, a differenza di Patriarcati come quello di Mosca (13) o di Costantinopoli (7) che possono vantare una presenza sul territorio più contenuta, ma in molti casi più stabile e di lunga durata.
 
Le varie Chiese ortodosse sono quelle più giovani sia per quel che riguarda i sacerdoti (il 60% ha meno di 50 anni), sia per i fedeli (45 anni la media di età); i loro sacerdoti sono in gran parte sposati (74%) e solo il 60% fa il sacerdote a tempo pieno, mentre il 40% ha una propria occupazione lavorativa indipendente dal ministero sacerdotale. La ricerca torna anche a mappare, come già un’analoga analisi del 2016 sempre presentata a cura dell’Assemblea legislativa, i luoghi di culto islamici. In due anni si è assistito a una sostanziale stabilità (174 luoghi di culto, due in meno rispetto a due anni fa) e alla conferma di un forte dinamismo e una forte solidarietà all’interno delle comunità e delle comunità verso gli immigrati, continua la nota.
 
«Le istituzioni hanno il compito di operare perché si possa costruire una società in cui la convivenza è riconoscere agli altri la stessa dignità che vorremmo fosse riconosciuta a noi stessi», spiega Simonetta Saliera, presidente dell’Assemblea legislativa. «I dati raccolti in questo volume – aggiunge la presidente – vogliono essere il nostro contributo a una discussione seria, non rituale e non falsata da luoghi comuni, per rendere più sicura, serena, accogliente e civile la nostra società».