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Francesco Rossi

Divorzio di Velluto


di Francesco Rossi

C’è un modello al quale quasi pavlovianamente si tende a volgere lo sguardo quando si inizia a parlare di temi quali la secessione o l’indipendenza, ed è il modello del Divorzio di Velluto, la divisione tra Repubblica Ceca e Slovacchia che fu formalizzata a partire dal primo gennaio del 1993.



Il motivo di questo riflesso è comprensibile e piuttosto banale: quel divorzio, oltre a essersi rivelato di successo sotto molteplici profili, non da ultimo quello economico, fu totalmente incruento.

Non sorprende, dunque, che rispetto al referendum scozzese di qualche tempo fa, oggi rispetto al referendum catalano e sicuramente domani rispetto al referendum lombardo-veneto, seppur al netto dei diversissimi contesti e interessi in ballo, il modello del divorzio ceco-slovacco venga evocato – soprattutto negli ambienti indipendentisti o anche solo autonomisti – quale ideale a cui tendere e lezione, nonostante tutto, da tenere sempre a mente.

Allora riprendiamola, questa lezione, partendo dal dato più evidente ma anche più dimenticato. Il Divorzio di Velluto, così chiamato proprio per l’assenza di violenza e con riferimento all’egualmente incruenta caduta del comunismo cecoslovacco (Rivoluzione di Velluto), avvenne senza alcun referendum.

Fu un accordo al vertice tra le parti ceca e slovacca uscite vincitrici dalle elezioni. Nello specifico tra il leader ceco Vaclav Klaus e il leader slovacco Vladimir Meciar. Due personalità opposte: liberale e liberista con una formazione americana (e italiana) il primo, nazionalista e statalista con un passato nel partito comunista il secondo. Due personalità legittimate dal voto popolare, ma senza un popolo o un movimento indipendentista alle spalle.

Se si fosse scelta la strada referendaria il divorzio non sarebbe avvenuto, o comunque non sarebbe avvenuto in quegli anni. O forse, aggiungo io, non sarebbe avvenuto con quelle modalità pacifiche. Nel settembre del ’92 solo il 37% degli slovacchi e il 36% dei cechi era favorevole alla divisione.

Ma Klaus e Meciar procedettero spediti, facendo mettere da parte una personalità ingombrante come il presidente Vaclav Havel e negoziando con tutta la tranquillità propria del non avere una pressione popolare alle spalle. Colpiscono le immagini dei due leader a colloquio su un tema tanto drammatico.



Sotto una certa ottica potrebbe apparire il classico divorzio senza consultazione dei figli. Ma c’è una differenza importante: le istituzioni non sono persone e, di più, dovrebbero essere al servizio delle persone. È questo il pragmatismo che avevano in testa entrambe le parti.

Un pragmatismo che in fondo era nella stessa ragion d’essere della Cecoslovacchia, nata dopo la prima guerra mondiale dall’unione di due entità che già all’interno dell’impero austro-ungarico gravitavano attorno a due centri diversi: Vienna per i cechi, Budapest per gli slovacchi. All’epoca la Cecoslovacchia riempiva un importante e pericoloso vuoto politico al centro dell’Europa, mentre dall’altro lato offriva alle due componenti ceca e slovacca un peso specifico sufficiente per provare a contare qualcosa nell’arena internazionale.

Ben presto, però, gli slovacchi si accorsero di essere passati dal gravitare intorno a Budapest al gravitare intorno a Praga. La cattolica e agricola Slovacchia mal si trovava all’interno di un vestito disegnato su misura per la laica e industriale parte ceca.

La parentesi collaborazionista di monsignor Tiso fu l’ennesima illusione di indipendenza per Bratislava. Le distorsioni del rapporto centro-periferia si riproposero anche all’interno della Cecoslovacchia comunista, con l’aggravante dell’immagine di traditori che gli autonomisti slovacchi portavano con sé. La Costituzione del ’68, unica eredità politica della Primavera di Praga sopravvissuta in qualche misura alla “normalizzazione” di Husak, impresse infine una forma federale all’assetto istituzione del paese.

"E così i bambini di Husak sono arrivati ad avere gli anni di Cristo" 
("A tak i Husákovy děti dospěly do Kristových let")



All’indomani del crollo del Muro di Berlino e della Rivoluzione di Velluto quell’architettura federale era ancora lì, moribonda com’era sempre stata ma viva. E acquisiva un diverso significato: da mero sistema di facciata a potenziale boomerang in favore di spinte centrifughe. Dal punto di visto ceco vi era una sovrarappresentazione slovacca a livello federale, mentre dal punto di vista slovacco il sistema era eccessivamente fondato sulla centralità di Praga. A livello istituzionale entrambe le parti erano d’accordo nel non essere d’accordo. 

Ciò che si stava negoziando non era una secessione, non era l’indipendenza dell’una o dell’altra parte, bensì la dissoluzione della Cecoslovacchia e l’emergere di due nuovi paesi, nessuno dei quali successore giuridico del vecchio Stato. Si trattava sostanzialmente di effettuare una spartizione, di dividere in due. Il fatto che non esistessero territori contesi e che il confine fosse tutto sommato ben definito rappresentava un altro elemento di sicurezza rispetto all’eventualità di tensioni.

Per la Boemia e la Moravia la perdita della Slovacchia era tollerabile dal punto di vista economico (il Pil pro capite di queste due regioni era circa il 20% superiore a quello slovacco) e conveniente dal punto di vista della rappresentanza politica. Per la Slovacchia era l’occasione della maturità e della responsabilità, un’occasione malamente gettata in passato e che forse il treno della Storia non avrebbe riproposto a breve e a quelle condizioni.

Non che tutto ciò non fosse visto dalla popolazione. Ma questa, per attitudine, storia e integrazione, non pareva vivere in modo sanguigno la vicenda. Ancora una volta il pragmatismo. Che da queste parti non fa rima con cinismo, ma con anticonformismo e orgoglio. Ci divideremo, nonostante tutto. Prenderemo in mano il nostro destino, nonostante tutto. Siamo cugini e rimarremo cugini, nonostante tutto.

"Siamo entrambi quasi uguali, per cui leggi quello che hai nel tuo certificato di nascita.
Siamo entrambi, tu e io, stati creati in Cecoslovacchia."

("Sme obaja takmer to isté,
tak si přečti co máš v rodným listě.
Sme obaja, ty i ja
Made in Czechoslovakia
")



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08/10/17 h. 19.12
Gianni Vattani dice:

"russofone" - non "ruzzolone' - ci deve essere stato qualche problema tecnico nel mio post precedente...

07/10/17 h. 19.31
Gianni Vattani dice:

Sicuramente una lezione importante!


Allo stesso tempo, difficilmente ripetibile su scenari differenti.....


Tutto dipende dalla storia, dalla posizione geopolitica, dal momento storico e dalla posta in palio a livello economico-finanziario....


Spesso si legge di tutto sui giornali e l'ignoranza storica media molto alta dei vari politici e giornalisti sicuramente non aiuta le masse a comprendere il significato dei vari passaggi storici.


Pensiamo alla comune comparazione del processo di indipendenza delle repubbliche Baltiche e relativa pacifica convivenza delle minoranze ruzzolone con la situazione vigente in Ucraina....

07/10/17 h. 18.38
Paolo dice:

Ottimo pezzo. Si ha però L'impressione che questa divisione tutto sommato sobria e pragmatica sia stata rimossa dalla memoria Europea nel nome di un ingrandirsi e agglomerati per forza. Eppure la Storia insegna che a forza di ingradirsi poi si finisce con il frantumare i.

07/10/17 h. 16.14
Gonzaga dice:

La differenza tra intelligenza e stupidità.

"Intelligente è coui, che con le proprie azioni crea un vantaggio per lui e per gli altri"

tratto da Carlo Maria Cipolla storico economico e grande saggio.

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