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Francesco Rossi

Disgelo con Mosca e caso Flynn


di Francesco Rossi

Che un tale spostamento di asse nella politica estera di Washington fosse facile, immediato e indolore erano in pochi osservatori a pensarlo. E giustamente.

A neanche un mese dall’insediamento della nuova amministrazione americana è già caduta la prima testa, proprio rispetto al tema del riavvicinamento alla Federazione russa. Il generale Michael Flynn, uomo del dialogo con Mosca, anzitutto in nome della lotta al terrorismo islamico e all’Isis in particolare, non è più capo del Consiglio per la sicurezza nazionale, incarico che aveva assunto solo qualche settimana fa.



La dinamica dell’accaduto è nota: prima di entrare ufficialmente in carica (pur essendo già stato nominato), Flynn avrebbe intrattenuto conversazioni telefoniche con l’ambasciatore russo negli Stati Uniti Sergej Kisljak, nelle quale il generale americano invitava la controparte a non preoccuparsi delle nuove sanzioni di Obama (quelle predisposte a seguito delle accuse di interferenze russe nelle elezioni che portarono alla vittoria di Trump), perché tanto la nuova amministrazione avrebbe fatto marcia indietro.

Insomma, Flynn diceva al telefono quello che il presidente eletto diceva davanti alle tv di tutto il mondo. Niente di strano, non fosse che una settecentesca norma americana vieta ai privati di intrattenere rapporti con i diplomatici stranieri. Ma non è tutto, anche perché nessun oppositore dell’appeasement russo-americano si sarebbe sognato d’appellarsi solamente a tale legge, il famigerato Logan Act.

Il punto è che Flynn avrebbe mentito sul contenuto delle telefonate sia al vicepresidente Mike Pence sia all’Fbi. Sul perché l’abbia fatto, ben sapendo tra l’altro di essere sicuramente intercettato, occorre rifletterci un attimo.

Certamente la disinvoltura di Flynn si fondava sulla convinzione che difficilmente ci sarebbero state fughe di notizie da parte dell’Fbi, del Consiglio per la sicurezza nazionale e del controspionaggio. Errore di valutazione: le fughe si sono puntualmente verificate. Sono state proprio le informazioni fornite al Washington Post e al New York Times dalle gole profonde dei servizi a far esplodere pubblicamente il caso, portando alle inevitabili dimissioni presentate da Flynn, altrettanto inevitabilmente accettate da Trump.

La parte che riguarda Pence è a mio avviso però più interessante. Aver mentito al vicepresidente non potrebbe che voler dire una cosa, e cioè che Pence non sia considerato un alleato nella partita.



Partita che, occorre precisarlo, non comprende solo il riallineamento con Mosca, bensì tutta la politica mediorientale degli ultimi anni, se si pensa che Flynn fu un aspro critico di Obama in tema di Siria e di sostegno ai “ribelli moderati” anti Assad: “Se l’opinione pubblica avesse visto l’intelligence che stavamo producendo ogni giorno, al livello più sensibile, sarebbe andata su tutte le furie”, dichiarò all’epoca, prima di prendere le distanze da quello stesso presidente che nel luglio 2012 lo aveva messo a capo della Defense Intelligence Agency.


Quali siano le squadre in campo lo esplicita Wikileaks, schierandosi evidentemente dalla parte del generale Flynn. Dall’altro lato l’intelligence americana, i Democratici e la stampa.

Sarebbe tuttavia opportuno allargare abbondantemente il gruppo individuato da Assange e soci al Grand Old Party, come porterebbero a pensare sia le deduzioni appena fatte sul vicepresidente Pence che la distanza siderale tra le posizioni del duo Flynn/Trump e quelle di una consistente parte dello stesso partito repubblicano.

Questa convergenza bipartisan, che mostra tra l’altro tutti i limiti analitici della suddivisione repubblicani-democratici, o se volete destra-sinistra, si sta concretizzando in questi giorni anche al Senato americano, dove esponenti di entrambi gli schieramenti hanno appena introdotto un disegno di legge che toglierebbe a Trump l’autorità di eliminare le sanzioni alla Russia senza l’approvazione del Congresso.

A fronteggiarsi sono due modelli contrapposti di politica estera. La sfida è tra chi pensa a un ritiro ordinato della presenza americana nel globo, individuando nel frattempo nello Stato Islamico la principale minaccia alla sicurezza internazionale, e chi invece ritiene di non dover indietreggiare nel coinvolgimento capillare americano, diretto e indiretto, individuando invece nel controllo della massa euroasiatica (in altre parole, il contrasto alla Russia) la variabile decisiva per la sicurezza internazionale e americana.

Nel frattempo, e in attesa di un incontro faccia a faccia, Trump e Putin continuano nel gioco delle parti. Prendono tempo - soprattutto il presidente americano, è ovvio - provando a guadagnare posizioni rispetto alle resistenze interne. Come detto, un simile cambio di paradigma in politica estera non è immediato, né soprattutto indolore.

Per cui ecco la nuova amministrazione americana continuare a parlare di restituzione della Crimea all’Ucraina e il Cremlino pensar bene d’iniziare a riconoscere i passaporti delle repubbliche di Donetsk e Lugansk. Tutto questo mentre sul territorio del conflitto ucraino, approfittando del cambio di guardia alla Casa Bianca, le parti hanno ricominciato ad alzare il livello dello scontro militare.



Con Michael Flynn il progetto di politica estera di Trump perde sicuramente una pedina importante. Non l’unica. Oltre al Segretario di Stato Tillerson, uomo appositamente scelto dal presidente per ridefinire i rapporti con Mosca, nel sottobosco trumpista è rimasta una notevole serie di nomi influenti da subito fortemente impegnati nell’elaborazione di una trattativa con la Federazione russa: su tutti l’uomo d’affari Felix Sater e Michael Cohen, avvocato personale di Trump.

Molto dipenderà comunque da chi sarà effettivamente il successore di Flynn. Il fatto che tra i nomi papabili compaia un falco neocon come John Bolton, ex ambasciatore all’Onu di George W. Bush, renderà la scelta finale di Trump ancora più significativa rispetto all’effettiva capacità del presidente di allontanare dalle leve del potere quell’apparato burocratico e amministrativo impermeabile a qualsiasi cambio di governo, e quindi resistente a qualsiasi cambio di paradigma, che alcuni analisti definiscono come Deep State, lo Stato profondo.

Trump ci è riuscito ad esempio con Victoria Nuland, figura al servizio degli ultimi quattro presidenti americani con responsabilità per l’Europa orientale, Ucraina compresa. Pare che in questi giorni anche Rex Tillerson stia portando avanti simili operazioni di rimozione all’interno del Dipartimento di Stato. Certo, il nome di John Bolton incombe come una spada di Damocle sul disgelo con Mosca.

Nel dubbio Trump ha messo le mani avanti nominando il suo stratega personale, il fedelissimo e controverso Steve Bannon, all’interno del comitato di presidio del Consiglio per la sicurezza nazionale orfano di Flynn. Staremo a vedere se dopo il colpo incassato con la rimozione del generale ve ne sarà subito un altro, oppure se il nome di Bolton sia semplice dissimulazione. D’altra parte il presidente americano non ha mai fatto mistero d’essere un grande fan di Sun Tzu.

“Fondamentale in tutte le guerre è lo stratagemma.
Quindi, se sei capace, fingi incapacità; se sei attivo, fingi inattività (…)
Offri al nemico un’esca per attirarlo; fingi disordine fra le truppe, e colpiscilo (…)
Irrita il suo generale e disorientalo.
Simula inferiorità e incoraggiane l’arroganza”

(Sun Tzu, "L’arte della guerra", VI - V sec. a.C.)


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21/02/17 h. 22.20
Gianni Vattani dice:

Dr.Rossi,

il pianeta e'in subbuglio finanziariamente - ormai la geopolitica e' una conseguenza di tutto cio'!

ne vedremo delle belle!

allacciamo le cinture di sicurezza!

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