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Dalla rivolta del macinato alla strage di Campegine


di Luca Tadolini

L’uscita del libro “Reggio Repubblicana (1860-1890)” di Fabrizio Montanari mi spinge ad un breve confronto con il libro di mio padre Giovanni Tadolini con titolo “Don Matteo Romani 1806-1879”, in quanto entrambi gli scritti hanno come momento centrale la Rivolta del Macinato a Campegine del 1869.


 
Don Matteo Romani, avo da parte di mia nonna Romani, era nel 1869 Parroco di Campegine, cultore delle scritture bibliche, stimato anche come taumaturgo. La famiglia Romani esprimeva vari indirizzi politici: il fratello del sacerdote, Avvocato Giuseppe Romani era di idee Repubblicane.
 
Il primo Gennaio 1969 Campegine fu protagonista di una strage: sette morti e tredici feriti tra i contadini che protestavano contro la tassa del macinato - introdotta per pagare i costi della 3^ Guerra d’Indipendenza - caduti sotto il fuoco dei Granatieri del neonato Regno d’Italia.
Il libro di mio padre ricostruisce l’evento incrociando le fonti dei protagonisti di quella giornata: il Sindaco liberale Domenico Sidoli, il Prefetto Scelsi, il Parroco Don Matteo Romani.
Come sembra spesso accadere nella nostra terra, la rivolta di Campegine fu un evento “politicamente scorretto” e per questo ha sofferto di numerosi tagli di convenienza politica. Ma nel libro su Don Matteo Romani la ricostruzione è completa.
 
Il “problema” è dovuto al fatto che il portavoce dei contadini in rivolta era nientemeno che un ex Dragone del Duca d’Este Francesco V e che la folla inneggiava non al risorgimento o alla rivoluzione, ma al Papa, al Duca, all’Austria (solo a Boretto si affiancarono grida anche alla "Repubblica").
Non solo, tutti i commenti delle autorità unitarie e dei giornali liberali accusavano di queste “mene reazionarie” il clero, la chiesa ed i parroci.
Il Dragone del Duca, Luigi Cabassi, sarà tra i primi a cadere davanti al Municipio di Campegine, sotto il fuoco dei Granatieri, dopo essersi confrontato con il Sindaco Domenico Sidoli. Il duchista Cabassi era di origine contadina, il liberale Sidoli notabile reggiano. 
 
E qui c’è in effetti il problema, mai digerito, della nostra rivoluzione nazionale, il Risorgimento Italiano. I contadini non parteciparono al Risorgimento, che rimase una rivoluzione borghese. 
Le centinaia di contadini che si presentarono davanti al Municipio di Campegine (fra cui anche il padre di Alcide Cervi) avevano come punti di riferimento non i liberali che avevano scacciato il “Ducaccio” (come lo appellava il Giusti), ma la Chiesa e gli ex soldati estensi che il Duca arruolava tra i contadini, in fede ad un patto sociale secolare con le campagne.
 
Di questo non si davano pace i mazziniani di cui al libro del Montanari. Al loro indiscusso patriottismo, anche se ancora astratto, mancava il popolo. A morire sotto il piombo della repressione erano gli ex soldati estensi, i loro contadini, i cattolici. 
 
D’altronde gli uomini delle idee rivoluzionarie a Reggio, leggiamo nel libro del Montanari, erano espressione dei nobili e dei notabili, come i Palazzi ed i Borsiglia. 
Furono i fedeli, che uscivano dalla Messa di Capodanno celebrata da Don Romani e che si avviavano verso il Municipio dove già sostava la folla dei contadini guidata dal Dragone Cabassi, a scatenare la raffica sulla folla da parte dei soldati. Il Sindaco Sidoli ed i soldati del nuovo Regno d’Italia diedero per scontato che i fedeli si sarebbero uniti ai contadini in rivolta.
 
Quel Primo Gennaio 1869, fu comunque l’ultima volta che le nostre campagne si rivolgevano all’antico ordine estense. 
Dopo sarà la stagione del socialismo pacifico di Prampolini, fino alla Grande Guerra ed alla Rivoluzione d’Ottobre.


Ultimo aggiornamento: 28/12/17

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