
Il 30-31 dicembre 1920 il poeta-soldato Gabriele D’Annunzio, sentendosi sconfitto dal tradimento del governo italiano, dichiara la resa della città di Fiume e la fine della Reggenza del Carnaro, proclamata il 12 agosto 1920. Gli aiuti promessi da molti rivoluzionari e dallo stesso Mussolini non sono arrivati e lui può contare solo sui suoi fedelissimi Granatieri di Sardegna di stanza a Ronchi e sui volontari dalmati. Il futuro Duce, dopo aver promesso di raggiungerlo e di affiancarlo a capo dell’operazione, si era limitato infatti a promuovere una raccolta di fondi con un annuncio sul “Popolo d’Italia”.
L’undici settembre il “Vate” gli aveva scritto: “Mio caro compagno, il dado è tratto! Parto ora. Domattina prenderò Fiume con le armi. Il Dio d’Italia ci assista. Mi levo dal letto, febbricitante. Ma non è possibile differire. Anche una volta lo spirito domerà la carne miserabile. Sostenete la causa vigorosamente, durante il conflitto. Vi abbraccio Gabriele D’Annunzio”.
L’avventura era iniziata molto prima del dicembre 1920, quando con i suoi legionari aveva sottratto la città agli anglo-francesi, proclamandone l’annessione al Regno d’Italia (12 settembre 1919). Era quella la risposta nazionalista, sorta con la vittoria nella Prima Guerra Mondiale, alla volontà espressa dalla maggioritaria comunità italiana di appartenere all’Italia. Vana e inascoltata era stata la contrarietà espressa dal governo Nitti, sempre più preoccupato dalle conseguenze internazionali che una simile impresa avrebbe comportato. A nulla valsero anche i diversi incontri tra D’Annunzio e l’incaricato del governo Pietro Badoglio.
Il 1° dicembre 1920 dunque il generale Caviglia intima a D’Annunzio di ritirarsi entro i confini stabiliti dal trattato di Rapallo, condiviso anche da Mussolini e dal sindacalista rivoluzionario De Ambris, poi ratificato dal re il 19 dicembre. All’ennesima risposta negativa del poeta, Caviglia ordina alle corazzate della regia marina Dante Alighieri e Mirabello e del cacciatorpediniere Abba di prendere il mare e di portarsi dinnanzi al porto di Fiume. Come immediata risposta D’Annunzio blocca l’imboccatura del porto con la nave Cortellazzo.
Il 21 la Reggenza proclama lo stato di guerra e iniziano gli scontri tra i legionari e le truppe regolari. Il giorno 26 la squadra navale inizia il cannoneggiamento della città, durante il quale lo stesso palazzo che ospita D’Annunzio viene colpito e il poeta resta leggermente ferito. Dopo una settimana di scontri e morti il poeta-soldato che aveva tenuto a lungo in scacco il governo e creato tante illusioni nella popolazione istriana, deve abbandonare la città. Nasce così lo Stato libero di Fiume. L’impresa di Fiume segnerà nel profondo la mistica, il linguaggio, la mimica e il costume del fascismo, oltre alle stesse scelte politiche compiute dal Duce all’indomani della presa del potere.









