Facebook Twitter You Tube Google Plus Flipboard
Domenica 19.11.2017 ore 04.12
Sei qui: Home | Come Giotto e Cimabue
0 Commenti
  • Aumenta dimensione testo
  • Diminuisci dimensione testo
  • Invia articolo
  • Stampa articolo
Paolo Bonacini

Come Giotto e Cimabue


di Paolo Bonacini

Ci sono tanti mestieri che si imparano solo da un bravo maestro e ci sono presumibilmente tanti allievi che nel tempo hanno battuto il maestro diventando migliori di lui.
 
Il caso più celebre lo si impara a scuola: Bencivieni di Pepo, più noto come Cimabue, che trasferisce a Giotto la passione per il realismo delle emozioni e dell’umanità nei personaggi dipinti.
 
Il caso più pertinente col nostro processo è quello di Antonio Valerio (maestro) e Luigi Muto (allievo). L’arte è un po’ meno nobile di quella praticata nel tredicesimo secolo: qui si parla di estorsioni, usure e corruzione.
 
Luigi è nato a Crotone 42 anni fa e fa parte del più affollato gruppo di famiglia finito a processo con Aemilia: i Muto. Nel rito ordinario del Tribunale reggiano se ne contano ben sei alla sbarra. Ci sono tre Muto Antonio, tutti originari di Cutro o di Crotone, tutti domiciliati in provincia di Reggio Emilia. Il più vecchio (nato nel 1955) e il più giovane (1978) risiedono nel comune capoluogo ma sono attualmente in carcere. Quello di mezzo (1981) vive a Gualtieri.
 
Poi ci sono Salvatore, Francesco e Luigi. Il primo è nato a Crotone (1977), risiede a Cremona ed è rinchiuso in cella; il secondo (1967) è originario di Cutro e vive a Brescello; il terzo è il nostro Luigi, a piede libero. Salvatore è indicato come nuovo (il terzo) collaboratore di giustizia di Aemilia, anche se probabilmente non lo sentiremo in aula prima del processo di appello.
 
Ad allargare la cerchia contribuiscono altri due Muto giudicati nel rito abbreviato di Bologna. Uno si chiama, manco a dirlo, Antonio (1973), risiede a Cutro ed è stato assolto in appello dopo una condanna in primo grado a un anno e otto mesi. L’altro è Giulio (1968) legato al ramo cremonese della famiglia, condannato a due anni e otto mesi di carcere.
 
Se volete cercare un altro Antonio Muto originario di Cutro e in affari (secondo la DDA) con la ‘ndrangheta, basta andare di là dal Po. Nella città dei Gonzaga c’è un detto che parla chiaro: “A Mantova non si muove foglia che Muto non voglia”. In questo caso parliamo di un grande imprenditore, assolto sia in primo grado che in appello al processo Pesci di Brescia sulle infiltrazioni mafiose nella bassa Lombardia per assenza di prove certe. Tra gli altri elementi di incertezza non è chiaro a chi si riferisse Nicolino Grande Aracri quando nel 2012, parlando (intercettato) dentro la propria tavernetta in contrada Scarazze a Cutro, nominò “Totò Muto, quello che fa gli alberghi”, come appoggio per un possibile affare losco nel mantovano. Poteva essere l’imprenditore di Curtatone ma poteva anche trattarsi del “nostro” autotrasportatore Antonio Muto della bassa reggiana. Questo per dire che le omonimie a volte sono utili.
 
Antonio Muto il costruttore è comunque finito in carcere nel giugno di quest’anno, nonostante l’assoluzione a Brescia, per bancarotta fraudolenta e falso in bilancio. L’affarista Paolo Signifredi, impelagato con la ‘ndrangheta, scrive in un memoriale portato al processo che Antonio Muto gli aveva detto, riferendosi all’ex sindaco di Mantova Fiorenza Brioni: “Io sono disposto a pagare dei soldi basta che a quella puttana qualcuno gli faccia del male”. La colpa della Brioni era di avere ostacolato i suoi progetti urbanistici.
 
L’albero genealogico dei Muto occuperebbe dunque una buona fetta della Foresta Amazzonica e per chiarire legami e parentele ci vorrebbe una tesi di laurea.
 
Torniamo quindi al nostro Luigi, cugino e allievo di Antonio Valerio.
 
“A Luigi gli ho insegnato io” dice Valerio “Ero il suo maestro”.
 
Gli ha insegnato a lasciare crescere i suoi clienti “come il maialino; perché se lo mangi quando ancora è piccolo ti dovrai accontentare di leccare le ossa”. Porta pazienza, dice Valerio in videoconferenza come se parlasse col cugino Luigi, fallo ingrassare, aiutalo ad uscire dai guai, non essere esoso nel pretendere subito la restituzione o gli interessi sui soldi prestati. Se lui risolverà i suoi problemi tu ne avrai grandi vantaggi, e quando il maialino sarà bel pasciuto potrai farti una scorpacciata.
 
Di scorpacciate Luigi, a detta di Valerio, se n’è poi fatte tante, perché “ha imparato e ci ha messo del suo, è andato avanti diventando molto più bravo di me”.
 
Chissà se Luigi Muto ha usato la tecnica dell’ingrasso anche con i due geometri della Cooperativa Rinascita e della Coopsette che foraggiava a dovere per ottenere subappalti nelle grandi opere, come raccontato in aula il 3 ottobre. Di certo, dice Valerio, ci ha messo creatività e fantasia nel dare poco per riavere tanto. La stessa fantasia che assieme all’amico Giovanni Sicilia impiegava per assumere decine di lavoratori africani e poi licenziarli giusto in tempo per consentire loro di accedere all’indennità di disoccupazione. Un diritto che normalmente tutela i lavoratori, mentre in questo caso i soldi andavano in tasca agli inventori della truffa ai danni dell’Inps.
 
Ma di novelli Giotto a disposizione della ‘ndrangheta ce ne sono tanti nel racconto di Valerio, perché quando i confini del lecito e del legittimo vengono abbattuti, non c’è limite alla fantasia nell’individuare strade facili per arricchirsi.
Valerio cita un commercialista, Domenico Ameglio, “figlio di un cavaliere del lavoro che non ha mai lavorato”, al quale si rivolge Gaetano Blasco per una “truffa da 200mila euro di legname alla Rubner Holzbau di Bolzano”. Stiamo parlando di una impresa nota in Europa per le sue ardite e avveniristiche architetture in legno: dalla Pyramidenkogel della Carinzia all’archivio cinematografico della Fondation Jérome Saydoux Pathé di Parigi, disegnato a forma di bruco con un involucro di legno lamellare ideato da Renzo Piano. Stiamo parlando dei Giotto del design, ai quali i Giotto della truffa made in Reggio hanno portato via sotto il naso 200 mila euro, se Valerio dice il vero.
Poi c’è un certo Salvatore Innocente, di professione “nullafacente”, ma in realtà definito una “cassa continua” per la sua capacità di prelevare contante in tutti gli uffici postali della provincia. “Millantava una relazione con una funzionaria di un ufficio postale” dice il collaboratore, con la quale aveva messo a punto un sistema che gli consentiva di mettersi in tasca anche 180mila euro in un solo giorno.
 
Grazie ad una perfezionata strategia win to win, anche il dipendente delle Poste allo sportello ci guadagnava, perché oltre allo stipendio si portava a casa un regalo da Salvatore e un premio dall’azienda in quanto la consegna dei soldi avveniva senza l’utilizzo dei servizi di sicurezza, garantendo alle Poste un notevole risparmio.
 
Che gli uffici postali siano uno dei luoghi privilegiati della ‘ndrangheta per riciclare denaro sporco è risaputo e già portato più volte all’evidenza del processo. Rileggetevi l’articolo di un anno fa titolato “Cosa succede alle poste?” per farvi una idea.
 
Che le operazioni sospette siano continuate (e secondo alcuni indicatori anche cresciute) dopo gli arresti del 2015 e l’avvio del processo, anche. In più basta aggiungere quanto appurato dall’operazione Tibet della DDA milanese che ha portato all’arresto di 40 persone per capire l’importanza di questo tema. I PM Giuseppe D’Amico e Ilda Boccassini hanno ricostruito i “rapporti opachi, prelievi e versamenti disinvolti, buste bianche, panettoni e favori” che legavano il capoclan della ‘ndrangheta Giuseppe Pensabene e i suoi uomini in Brianza ad uffici postali compiacenti tra il 2011 e il 2013, gestendo così il riciclaggio di proventi da attività illecite attraverso aziende di copertura.
 
Ma le storie fantasiose di Valerio non finiscono qui perché oltre alla cassa continua umana c’è anche “l’antifurto umano”; tal Alfonso, che garantiva protezione “molto meglio dei rumeni o dei moldavi che a volte mentre fanno i controlli finisce che ti rubano in casa”.
 
E poi a darti una sicurezza ancora maggiore ci pensavano alcuni uomini delle forze dell’ordine come l’ex carabiniere del radiomobile Domenico Salpietro o come l’autista poliziotto degli ex questori Gallo e Salvi, Domenico Mesiano. “Sempre “a disposizione”, dice di lui Valerio “e desideroso di incontrare Nicolino Grande Aracri a Cutro”.
 
Era insomma una grande Famiglia, quella della ‘ndrangheta reggiana, come forse non lo sarà mai più.
 
Sui monitor all’interno del Tribunale scorrono tantissimi volti, più di cento, e alla maggior parte di loro Antonio Valerio sa dare un nome, un cognome, una attitudine e un ruolo nella cosca.
 
Il quadro di insieme che emerge non è sempre coerente o privo di contraddizioni ma stiamo parlando di una storia lunga quasi mezzo secolo e di un esercito di affiliati, partecipi e concorrenti esterni. Un tempo era chiaro chi lo comandasse, questo esercito, oggi un po’ meno.
 
Fuori dal carcere gli uomini di spicco nella gestione degli affari, secondo la versione raccontata in aula martedì 17 ottobre, sono oggi suo cugino Luigi Muto e Antonio Crivaro (entrambi imputati a piede libero di Aemilia), Carmine Sarcone e Giuliano Floro Vito (entrambi liberi ed estranei al processo).
 
Ma i veri capi sono in galera e per Valerio si tratta degli ormai famosi “quattro amici al bar” che nell’ultima deposizione sono diventati sei (a Gianluigi Sarcone, Sergio Bolognino, Gianni Floro Vito e Pasquale Brescia il pentito aggiunge Nicolino Sarcone e Alfonso Paolini).
 
Mancano diversi cavalli di razza a questa conta e lo stesso Valerio alcune udienze or sono aveva indicato altri nomi nel primo livello di comando. Durante gli interrogatori condotti dai PM nel mese di giugno altri ancora, sostenendo che in realtà non esiste più una struttura verticale di responsabilità nella ‘ndrangheta reggiana. Ora ci sono, diceva, “le varie sfaccettature che si creano all’interno, chi collabora con chi, chi si trova meglio con cosa, chi fa cose con chi”. Un altro modo per dire che regna molta anarchia.
 
Tanto che Valerio attribuisce i successi delle indagini e di Aemilia proprio a questa rottura delle regole tradizionali:
 
“Se fosse rimasta a Reggio una struttura gerarchica vecchio stampo, con la bacinella, la lupara e la cuppulicchia” aveva detto nel giugno scorso “questa operazione Aemilia secondo me non sarebbe nemmeno partita”.
 
Al che i procuratori che lo interrogano gli rivolgono due domande fondamentali per avere consapevolezza del presente e del futuro.
 
La prima del dott. Mescolini riguarda la nostra regione: “Ci saranno altri appartenenti al sodalizio in Emilia che non sono stati arrestati, o li abbiamo presi tutti?”
 
Risposta di Antonio Valerio: “No, no, tutti no”. E nei verbali seguono cinque pagine bianche di omissis, presumibilmente con nomi e cognomi.
 
La seconda domanda della dottoressa Ronchi guarda un po’ più in là dei confini di casa nostra: “Lei conosce situazioni di urgenza, di fatti gravi che potrebbero succedere, in Calabria piuttosto che in Sicilia, o in altre regioni?”
 
Risposta: “Io non ho la palla magica, non sono il mago Otelma”
 
Al massimo è Cimabue.
 
(da "Come Giotto e Cimabue" - Cgil Reggio Emilia)
 
* * *
 
La Cgil di Reggio ha scelto una forma intelligente per seguire il processo Aemilia affidando a uno dei giornalisti più esperti della realtà locale, che è anche autore consolidato di opere di narrativa, lo sviluppo del dibattimento che va svolgendosi in questi mesi a Reggio Emilia. 

24Emilia e io personalmente siamo particolarmente grati a Paolo e alla Cgil per averci concesso l'utilizzo dei suoi testi, anche nella consapevolezza che ciò possa contribuire a rendere più capillare la diffusione delle vicende legate alla penetrazione della 'ndrangheta nella nostra provincia e a far sì che da una maggiore consapevolezza possano scaturire gli anticorpi affinché questi germi di malaffare possano essere definitivamente estirpati dal territorio emiliano. (n.f.) 
 


  • Condividi:
  • Aggiungi a Del.icio.us
  • Aggiungi a Technorati
  • OKNotizie
Esprimi il tuo commento