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Paolo Bonacini

Anno più, anno meno


di Paolo Bonacini

La Cgil di Reggio ha scelto una forma intelligente per seguire il processo Aemilia affidando a uno dei giornalisti più esperti della realtà locale, che è anche autore consolidato di opere di narrativa, lo sviluppo del dibattimento che va svolgendosi in questi mesi a Reggio Emilia. 

24Emilia e io personalmente siamo particolarmente grati a Paolo e alla Cgil per averci concesso l'utilizzo dei suoi testi, anche nella consapevolezza che ciò possa contribuire a rendere più capillare la diffusione delle vicende legate alla penetrazione della 'ndrangheta nella nostra provincia e a far sì che da una maggiore consapevolezza possano scaturire gli anticorpi affinché questi germi di malaffare possano essere definitivamente estirpati dal territorio emiliano. (n.f.)


Nel numero del settimanale “L’Espresso” del 19 febbraio 2017 c’è un interessante approfondimento titolato “Impresa antimafia” nel quale viene illustrato uno studio di ricercatori e docenti dell’Università di Padova. Il tema è la penetrazione al nord, nell’economia legale, delle aziende mafiose.
 
“Il risultato in estrema sintesi” dice Paolo Biondani che scrive il servizio “è che la mafia economica strangola tutte le aziende sane, anche quelle che non vengono direttamente aggredite o taglieggiate dai boss. Mentre quando scattano arresti e condanne, tutti i concorrenti onesti ottengono vistosi benefici economici”. 
 
Due giorni dopo, il 21 febbraio, si occupa della ricerca anche “Il Mattino di Padova” che scrive: “La mafia, si sa, fa male. Ora però per la prima volta un gruppo di ricercatori dell’Università di Padova guidati dal prof. Antonio Parbonetti è in grado di quantificare quel male. Scoprendo che, bilancio delle aziende alla mano, tre anni dopo un blitz antimafia si registra una crescita generalizzata dei ricavi e della redditività tra il 10% e il 17%. Insomma, quando sparisce un’impresa criminale, quelle sane vedono migliorare e non di poco le loro performance.”
Lo studio di cui parlano i due giornali è stato condotto attraverso l’esame dei bilanci di centinaia di aziende del Nord e del Centro Italia riconducibili alla criminalità organizzata, uscite dalla mappatura di 120 operazioni antimafia in dieci anni: “una retata al mese” sottolinea L’Espresso. Che portano a 1567 i condannati tra il 2004 e il 2014 per reato di associazione mafiosa. 
 
I dati di riferimento della ricerca, a dire la verità, furono resi noti circa un anno fa. Il quotidiano “Padova Oggi” scriveva il 23 febbraio 2016: “Sono numeri importanti quelli che emergono dalla ricerca di Parbonetti e dei suoi collaboratori, Michele Fabrizi e Patrizia Malaspina. Le società di capitali criminali individuate nel Centro Nord sono 1139; presentano una media di ricavi pari a 13,1 milioni di euro e per concentrazione si trovano prima di tutto in Lombardia (37,38%), poi nel Triveneto (16,45%) e in Liguria (6,51%).” 
Qualche giorno dopo, il 4 marzo 2016, il giornale dell’Università di Padova “Il Bo” parlava dei suoi ricercatori e delle loro conclusioni: “Impressionanti alcuni dati, a partire dal fatto che circa un quarto dei 1567 condannati per mafia in primo grado sarebbero azionisti o amministratori di società di capitali (srl o spa). Un numero che denota un mutamento genetico di una criminalità sempre più padrona degli strumenti economici e finanziari. Non si tratta – spiega Parbonetti – solo di piccole realtà nel campo dell’edilizia ma di aziende abbastanza grandi, che si occupano anche di industria e di servizi e sono praticamente diffuse in tutti i settori.”
 
Vecchia o nuova che sia, la ricerca è molto utile a capire le dimensioni della penetrazione mafiosa nell’economia del Paese e in particolare nel sistema di imprese del Nord Italia. Il suo limite è che i dati si fermano al 2014 e non tengono quindi in considerazione l’anno del “terremoto giudiziario” che ha seriamente scosso il sistema di affari della ‘ndrangheta con gli arresti di Aemilia e l’avvio del processo. Per capire quanto esso sia importante e quanto incida sull’analisi della geografia mafiosa (un dato di nostro particolare interesse è la diffusione in Emilia Romagna) è utile fare riferimento all’ultima relazione semestrale sui sequestri e le confische dei beni, con i dati aggiornati al marzo 2016, inviata lo scorso settembre al parlamento dal Ministero di Giustizia. 
 
Cominciamo col dire che nel 2015 sono partiti su scala nazionale 633 procedimenti di sequestro e confisca, un numero che non si vedeva da molti anni. Complessivamente i provvedimenti nel quinquennio 2011/2015 sono stati 2974, in aumento del 60% circa sul quinquennio precedente. L’analisi dei singoli distretti dice che nel biennio 2014/2015 Palermo Napoli e Reggio Calabria “restano le sedi più in vista” mentre emergono località “meno considerate” storicamente, come Roma (in aumento con 89 procedimenti), Milano (72), Torino (66) e “l’insolita Bologna”, con 55 procedimenti nel biennio (+71%), di cui 37 nel 2015. 
Passando ai singoli beni confiscati o sequestrati, la massa è enorme: 153.397 al 31 dicembre 2015, dei quali oltre 100mila relativi all’ultimo quinquennio. La parte del leone la fanno gli immobili: appartamenti, abitazioni, garage, ecc. (70.323) mentre le aziende sono meno del 10% (10.603). Di queste però l’80% (7903) sono state portate via alle mafie negli ultimi cinque anni. Importanti sono anche i sequestri finanziari (conti correnti, titoli, ecc.) con 13mila casi circa dal 2011al 2015. 
 
Se guardiamo la nostra regione, il 2015 è l’anno del “salto di qualità”. Tra appartamenti, immobili e società sono stati effettuati 225 sequestri e confische, più o meno tanti quanti nei quattro anni precedenti sommati assieme. Non c’è da vantarsi perché tutta Italia sta male, se consideriamo i sequestri un indicatore del tasso di penetrazione della criminalità organizzata nella vita quotidiana. E soprattutto perché tutto il Nord sta molto male, con un incremento complessivo dell’86% sul 2014 e città come Milano, Torino, Brescia, Venezia, i cui numeri si avvicinano a quelle del sud tradizionalmente inquinate come Palermo, Caltanisetta, Bari, Napoli. Altro dato per noi non esaltante: le confische divenute definitive. Tra le 675 del Nord Italia non ce n’è una del distretto di Bologna e quindi dell’Emilia Romagna: segno dei tempi lunghi e delle difficoltà burocratiche e giudiziarie che si frappongono al pieno possesso della comunità di ciò che le mafie hanno in passato portato via operando nell’illegalità. In tutta Italia circa 1600 beni confiscati sono poi stati assegnati, negli ultimi cinque anni, allo Stato o ai Comuni per scopi di pubblica utilità. C’è di tutto nel riutilizzo, dai canili ai depositi, dalla protezione civile alle opere per l’ordine pubblico, dalle risposte all’emergenza abitativa agli uffici comunali, dalle sedi dei vigili urbani all’amministrazione della giustizia. 
 
Di questi beni assegnati e riutilizzati negli ultimi cinque anni solo otto sono in Emilia Romagna e solo uno è stato consegnato nel 2015. Per contro, facendo le somme per difetto, tra il 2013 e il 2015 sono stati sequestrati ad imputati del processo Aemilia beni per almeno 400 milioni di euro. Che fine faranno questi beni? Quanto tempo ci vorrà per riportarli all’uso collettivo? Sono domande che restano nell’aria, senza che all’apparenza le istituzioni e la politica mostrino fretta od interesse a condividere ragionamenti per costruire risposte. E intanto la prossima estate non è escluso, come abbiamo appreso da fonti statali, che senza soluzioni alternative i profughi in arrivo a Reggio finiscano alloggiati in container…
Ma torniamo alla ricerca dell’università di Padova e ai numeri del Ministero della Giustizia che abbiamo sommariamente riassunto. 
 
Il prof. Parbonetti deduce dall’analisi dei dati una conclusione apparentemente ovvia: quando si sequestrano aziende e attività illecite alle mafie, ne traggono immediato giovamento le attività lecite e le aziende sane. L’indagine ipotizza una redditività in aumento dal 10% al 17% nel settore interessato a tre anni da un intervento di confisca antimafia. Sembra onestamente un tantino azzardato spingersi a questi dettagli di causa/effetto viste le tante variabili in gioco (crisi, dimensioni delle imprese, concorrenza, andamento del pil, ecc.), ma il senso è chiaro e condivisibile. C’è però un problema: anno più, anno meno, ma a forza di bonificare l’economia dalle aziende criminali dovremmo trovarci prima o poi con un mercato legale e di corretta competizione, o dovremmo perlomeno vedere i segni di una inversione di tendenza. Qui invece sembra proprio, stando ai dati su sequestri e confische, al numero dei processi e degli arresti, alle inchieste aperte, che più ne chiudi, di imprese mafiose, e più ne arrivano delle altre. Che più ne blocchi, di operazioni per il riciclaggio del denaro sporco, e più quello (il denaro) si inventa e trova altre strade per ripulirsi. E’ come se l’intera macchina giudiziaria e d’indagine impiegata contro le mafie fosse al lavoro per ripulire un fiume inquinato. Ogni anno si tolgono sempre più tonnellate di marciume ma l’anno dopo l’inquinamento aumenta anzichè diminuire. E allora viene un sospetto: non è che l’inquinamento è a monte? Perché allora togliere acqua a valle serve a poco. 
 
Non sarà per caso che quello della ‘ndrangheta in Emilia Romagna (e delle mafie in Italia in generale) non è un mercato chiuso o isolato, e riesce invece benissimo a rigenerarsi in un contesto economico/sociale nel quale, per citare le parole di apertura del servizio di Paolo Biondani su “L’Espresso”: “Pecunia non olet”?
Ma se il denaro non ha odore, l’inquinamento dell’economia è a monte. E confiscare le società ai mafiosi a valle, da solo non basta. 


(da Anno più, anno meno - Cgil Reggio Emilia)


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