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Aemilia, i difensori incalzano il pentito Valerio


Al processo Aemilia in corso nella maxi aula prefabbricata di Reggio continua lo scontro tra il pentito Antonio Valerio, sottoposto  al controesame delle difese, e i legali degli imputati variamente tirati in ballo dal collaboratore di giustizia, già delinquente di spicco della cosca reggiana generata dalla ‘ndrangheta cutrese.

 
I difensori si sono, per così dire, tolti i guanti dopo che l’avvocato Giovanni Tarquini, alcune udienze fa, ha rotto il “muro di silenzio” sbottando in aula contro le accuse ritenute generiche e fumose di Valerio.
 
E così, in vista della fase conclusiva del processo con le requisitorie dei pm e le arringhe, le difese hanno segnato un punto a loro favore facendo vacillare Valerio che, a proposito dell’imputato Luigi Muto, ha rilasciato dichiarazioni apparse in contraddizione  con quanto affermato in un’altra udienza solo pochi giorni fa.
 
Muto, che non e’ detenuto, viene infatti indicato da Valerio non solo come uno dei nuovi reggenti della cosca operante in Emilia, ma anche il suo “allievo che ha superato il maestro”, con cui ha fatto false fatturazioni fino al 2000. Eppure, incalzato dall’avvocato Vito Villani, il pentito ha ammesso di non essere stato invitato al matrimonio dell’amico (“Abitavo al nord con la famiglia, lui si e’ sposato giù”, motiva Valerio), di non conoscerne la moglie, e di essere stato a casa di Muto “solo quando la stava costruendo”. Invitato poi a fornire esempi specifici di temi o strategie in discussione nelle riunioni con i referenti della cosca a cui dice di aver preso parte, il collaboratore è rimasto sul generico.
 
Diverse domande del controesame vertono poi sull’organizzazione della “locale” di Cutro a Reggio, che Valerio ha spiegato essere autonoma dalla casa madre e “fluida” al suo interno, con “ognuno che poteva farsi i fatti suoi” e lui stesso ancora di piu’, essedo un affiliato “a statuto speciale”. Il collaboratore di giustizia, battibeccando con i difensori, ironizza: “Devo fare un disegnino?”. Ma il presidente della Corte, Francesco Maria Caruso lo prende in parola invitandolo a tracciare davvero uno schema da fornire al Tribunale.
 
Valerio ha parlato anche delle sue attivita’ lecite, come una “fabbrichetta di ponteggi” ed altre attività , travolte da una serie di decreti ingiuntivi, oltre ad un “tesoretto” di 50.000 euro circa sparso tra banche e parenti, che ha speso “strada facendo nella carcerazione”. Rispondendo ad una domanda sulla sua decisione di pentirsi, ribadisce: “La ‘ndrangheta fa schifo”. Infine gli viene domandato se sia un tossicodipendente e se questo fosse compatibile con il grado criminale di “quartino” conquistato da Valerio. “Non ho mai fatto uso di sostanze stupefacenti. A 20 anni ho fatto delle orge, mi interessava quella”, e’ la risposta fornita agli avvocati.
 
Fonte agenzia Dire


Ultimo aggiornamento: 31/10/17

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