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Aemilia, Iaquinta al pentito: fango su mio figlio


"Questo signore lo conosco di vista. Non ho idea di cosa stia parlando, ma non si permetta di infangare la carriera di mio figlio che è stato campione del mondo". A parlare nell'aula del tribunale di Reggio Emilia è stato Giuseppe Iaquinta, imprenditore edile originario di Cutro e padre di Vincenzo Iaquinta, ex attaccante, tra le altre squadre di Udinese e Juventus, e campione del mondo con gli azzurri a Berlino, nel 2006.


 
Iaquinta senior ha replicato con dichiarazioni spontanee a quanto aveva detto il collaboratore di giustizia Salvatore Muto.
 
Ma il presidente della corte, il giudice Francesco Maria Caruso, non ha affatto apprezzato l'intervento di Giuseppe Iaquinta, tanto da riprendere l'imputato: "Non minacci in aula". La scena è avvenuta al termine del controesame al pentito da parte dell'avvocato Carlo Taormina, l'avvocato difensore dei due Iaquinta. Muto è stato sentito sulle aziende che Giuseppe Iaquinta, imprenditore, avrebbe utilizzato per favorire la falsa fatturazione della cosca, senza saper però indicare nomi specifici.
 
L'avvocato Taormina ha poi scavato sulle presunte pressioni della 'ndrangheta sulle società calcistiche di Juventus e Udinese per far giocare l'ex campione del mondo, che con quelle squadre, prima nel 2005 e poi nel 2012, rimaneva in panchina. Al collaboratore di giustizia è stato anche chiesto se sia a conoscenza di rapporti fra Pasquale Brescia e la moglie del sindaco Luca Vecchi, Maria Sergio. Muto ha risposto di no. Brescia è l'autore della lettera dal carcere inviata al primo cittadino di Reggio, che secondo il pentito Antonio Valerio aveva lo scopo di mettere pressione sul sindaco, facendo leva sui rapporti di parentela di sua moglie.


Ultimo aggiornamento: 06/12/17

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