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Paolo Bonacini

Aemilia e la sindrome di Grimilde


di Paolo Bonacini

Riassumere Aemilia in poche righe o in poche pagine è impresa impossibile, perché il processo alla ‘ndrangheta che si celebra a Reggio Emilia ha dimensioni che appaino infinite.



Infinite nel tempo e nello spazio: si può andare indietro quanto si vuole nei decenni per trovare tracce e ragioni del radicamento malavitoso di origine calabrese in Emilia-Romagna e si può andare oltre il Po quanto si vuole, per trovare la ‘ndrangheta anche in Piemonte, Liguria, Veneto, Lombardia, Svizzera, Germania, Danimarca, Canada, America Latina, Australia…

Infinite nei numeri e nelle dimensioni, perché siamo a oltre 200mila pagine di atti processuali, un grattacielo di fogli sottilissimi alto trenta metri che ogni mese si arricchisce di un nuovo piano, e siamo già ad almeno quattro livelli processuali e di indagini che si intrecciano e si sovrappongono tra rito abbreviato, rito ordinario, Aemilia bis, condanne e assoluzioni di primo grado, appello, nuove indagini in corso.

Infinite nelle persone coinvolte e nei valori economici in gioco, con oltre cento arresti, più di duecento persone rinviate a giudizio, beni confiscati per centinaia e centinaia di milioni di euro, collaboratori di giustizia che aprono capitoli sconosciuti e sorprendenti sull’intreccio mafia/violenza/controllo del territorio, tantissime storie che testimoniano la domanda di illegalità e di soluzioni facili a marchio doc emiliano senza la quale le radici della mafia non avrebbero attecchito così in profondità.

Infinite infine nelle ferite inferte: ai diritti, alla dignità della persona e del lavoro, all’ambiente, alla salute e alla sicurezza, al libero mercato, alla concorrenza leale, alla trasparenza delle scelte politico-amministrative, alla stragrande maggioranza della popolazione abituata a vivere nel rispetto delle regole e nella convinzione che il principio valga per tutti.

Quell’aula prefabbricata infilata a forza nel cortile del tribunale di Reggio, come un bunker di protezione dall’invasione dei nemici, dove l’imperativo è resistere e sopravvivere in attesa di ritornare liberi all’aria pura, è la testimonianza visiva di una violenza che ha colpito le nostre terre con effetti di lunga durata; guai a noi se la trasformassimo nell’alibi per dire: “Ci penserà la giustizia con le sue sentenze, non è un problema che ci riguarda”. Guai a pensare che stiamo esagerando, che non sia il caso di farla così drammatica o epocale.

Questa è la “sindrome di Grimilde”, come la chiama il procuratore della Direzione nazionale antimafia Franco Roberti nel bellissimo e commovente libro “Il contrario della paura”. La sindrome è una patologia della psiche che colpisce chi non si piace, che lo spinge a non guardarsi mai allo specchio per evitare di trovarsi di fronte all’amara realtà. Come la strega di Biancaneve.



È una patologia di cui “si ammalano anche le istituzioni: allontanarsi dallo specchio è una maniera per scansare il problema. È raccontarsi una bugia: come se quelle pallottole, quell’attentato alla libertà di ciascuno di noi fossero un effetto straordinario. Non guardarsi allo specchio significa non riconoscere che le norme penali non possono bastare a contrastare la criminalità organizzata, che occorre intervenire anche sulle cause sociali del suo sviluppo”.

Roberti, che guarda al mondo intero nel suo impegno quotidiano contro il terrorismo e le mafie, vede in casa nostra e nei nostri specchi meglio di quanto non facciano i nostri occhi di reggiani; e, dopo avere parlato delle altre regioni del nord, scrive – sempre nel libro, pubblicato un anno fa: “Ma quello che ha davvero dell’incredibile è quanto è stato documentato dalla procura distrettuale antimafia di Bologna con l’inchiesta Aemilia: l’esistenza di un vasto potere criminale di matrice ‘ndranghetistica, allargatosi a macchia d’olio e in maniera pervasiva che ha coinvolto, oltre ogni pessimistica previsione, apparati politici, economici e industriali”.

C’è un'intercettazione ambientale registrata a Roma nello studio di un importante avvocato d’affari, aggiunge il procuratore, nella quale due persone vicine all’organizzazione criminale sostengono che “a Reggio Emilia il clan può contare su 7.000 persone, mentre a Parma almeno su 3-4.000”. In un’altra conversazione si sente un amaro sfogo: “Comandano loro, per andare a prendere una bottiglia di vino devi andare a chiedere là… sono stato chiaro?”.

“Loro” sono i mafiosi, “là” sono i loro centri di smistamento della mano d’opera, dei materiali e delle società utilizzati nell’edilizia e nei trasporti, dei soldi in contanti reinvestiti e prestati nemmeno più a tassi stratosferici.

Le offerte della ‘ndrangheta sono state accolte (in tantissimi casi discussi al processo) come una valida alternativa alla crisi, alla disoccupazione, alle regole del mercato, alla burocrazia e alle difficoltà di accesso al credito. E i malavitosi percepiti quasi come dei benefattori; come “Cuoredoro”, l’usuraio del film di Sorrentino che “faceva del bene alla gente”.

Se ancora pensate che siamo sopra le righe, che Aemilia ingigantisca le cose, leggetevi gli atti delle azioni messe in campo dopo il devastante terremoto del 2012 e l’insieme dei personaggi coinvolti. La storia tirata a galla dagli investigatori è impressionante (alcune condanne sono già arrivate nel rito abbreviato) e mostra il peggio possibile dell’incontro tra domanda (emiliana) e offerta (di ‘ndrangheta).

Imprenditori che un’ora e mezza dopo la seconda grande scossa del 29 maggio sperano in una “botta più forte” che duri almeno due minuti, perché così “si crea lavoro”. Altri che usano macerie contaminate da amianto per pavimentare le scuole e gli edifici pubblici della ricostruzione.

Manovali e carpentieri forniti a basso costo e in nero dai boss della ‘ndrangheta e richiesti da un'impresa emiliana al cento per cento. Appalti e subappalti ottenuti grazie a un sindaco amico di famiglia, a dirigenti comunali a libro paga (dell’impresa), a cooperative compiacenti (comprese le reggiane Unieco e Coopsette).

Uomini dello Stato e parlamentari che si danno da fare per togliere le interdittive antimafia che impediscono di lavorare negli appalti pubblici. E infine lo sfregio forse peggiore inferto dalla politica: un sindaco semplicemente bravo e onesto, che ordina lo smaltimento totale dell’amianto nell’area dove dovrà sorgere una scuola nel suo comune, isolato dal suo stesso partito e non ricandidato alle elezioni del 2014.



Stiamo parlando di una donna, Barbara Bernardelli, allora sindaca di Reggiolo, che secondo i verbali di Aemilia intervenne con forza e tempestività nell’imporre la rimozione dei materiali nocivi, mostrando un rigore ben diverso – dicono sempre gli atti del processo – da quello del più tollerante sindaco di Finale Emilia, sempre difeso invece dal suo partito.

Si chiama Fernando Ferioli e nel suo municipio, purtroppo, stando alle penose deposizioni ascoltate in tribunale, molti dipendenti rispondevano più alle tre leggi dell’omertà che a quelle dello Stato:

a) Se qualcuno sopra di me mi ordina di fare una cosa, la faccio e taccio.
b) Se qualcuno al pari a me commette un illecito, non è compito mio denunciarlo.
c) Se qualcuno sotto di me mi segnala un illecito, faccio finta di non averlo ascoltato.

Questi impiegati, dirigenti e amministratori della cosa pubblica sono stati reclutati negli anni, assieme a tanti altri insospettabili emiliano-romagnoli, a ingrossare "l’esercito delle tre C”, come lo chiama lo studioso di mafie Nando Dalla Chiesa. È il grande esercito dei collusi, codardi e cretini, che per ragioni e con motivazioni diverse si mettono a disposizione della ‘ndrangheta o ne accettano le regole e le conseguenze.

Un esercito che si può facilmente battere sul campo mettendo in gioco un’altra compagnia delle “tre C”: quella dei corretti, coraggiosi e competenti. Con un semplice obiettivo: per ognuno dei loro, cento, mille e diecimila dei nostri.


(da "Aemilia, la sindrome di Grimilde" - Cgil Reggio Emilia)


* * *

La Cgil di Reggio ha scelto una forma intelligente per seguire il processo Aemilia affidando a uno dei giornalisti più esperti della realtà locale, che è anche autore consolidato di opere di narrativa, lo sviluppo del dibattimento che va svolgendosi in questi mesi a Reggio Emilia.

24Emilia e io personalmente siamo particolarmente grati a Paolo e alla Cgil per averci concesso l'utilizzo dei suoi testi, anche nella consapevolezza che ciò possa contribuire a rendere più capillare la diffusione delle vicende legate alla penetrazione della 'ndrangheta nella nostra provincia e a far sì che da una maggiore consapevolezza possano scaturire gli anticorpi affinché questi germi di malaffare possano essere definitivamente estirpati dal territorio emiliano. (n.f.)



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