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Stefano Campani

40 anni del punk


di Stefano Campani

Rivoluzione d'Ottobre. In un turbolento mese di ottobre di molti anni fa, si verificò un evento rivoluzionario che avrebbe cambiato per sempre l'etica, l'estetica e la politica del XX secolo e modificato il modo di pensare delle persone, dei più giovani in particolare, come forse mai era successo prima.



Lo avrete capito, sto parlando dell'uscita in molti negozi dell'Inghilterra, avvenuta il 28 ottobre 1977, di "Never mind the Bollocks. Here's the Sex Pistols" (traduzione: "Non rompeteci i c...Ecco i Sex Pistols"), il primo e di fatto unico vero album dei Sex Pistols, il più grande gruppo punk della storia del rock. 
 
In molti negozi ma non in tutti: tanti si rifiutarono di distribuirlo, in altri venne esposto in vetrina avvolto in un sacchetto di carta. Questo LP rappresenta una pietra miliare nell'epopea delle controculture giovanili. I Sex Pistols spararono un colpo alla tempia del rock: tutto quello che era stato prodotto nel rock prima dei Sex Pistols, dopo l'uscita di "Never mind the Bollocks" apparve improvvisamente futile e banale, tutto quanto è stato prodotto dopo non si é avvicinato nemmeno lontanamente alla grandezza iconoclasta di quelle 12 tracce. Per l'Inghilterra i Sex Pistols furono uno shock.
Il loro primo singolo, "Anarchy in the Uk", diventato subito una hit, impressionò per lo stile ruvido e sostanzialmente sgradevole della musica e per la asprezza dei testi. "Io sono un Anticristo/ io sono un anarchico/ Non so cosa voglio/ ma so come averlo/ Voglio distruggere il primo che passa (...) Il vostro sogno é una fila di negozi/ ecco perché voglio essere l'anarchia". In Gran Bretagna la popolarità dei Sex Pistols raggiunse l'apice pochi mesi dopo, quando un'intervista alla BBC con la band, nel seguitissimo programma di Bill Grundy, causó l'improvvisa e brusca interruzione della trasmissione tv perché il conduttore ebbe la malaugurata idea di rispondere con una velata galanteria all'intervento di una delle ragazze punk presenti in studio.



I Sex Pistols bersagliarono in diretta Bill Grundy con una sequela di insulti irriferibili: "vecchio porco" fu il più gentile. Cose che oggi, nell'era dei social invasi da filmati di decapitazioni ed esecuzioni officiate in nome della Jihad, susciterebbero forse un sorriso o poco più, ma all'epoca facevano ancora una certa impressione. In Italia l'eco del punk arrivò più tardi: a Reggio, più tardi ancora. Comprai il mio primo libro dei SexPistols, una fanzine pirata che aveva tradotto in Italiano una biografia inglese del gruppo, alla Libreria del Teatro di Nino Nasi.



E' vero che fu reggiano il più noto gruppo punk italiano di sempre, ma i CCCP-Fedeli alla Linea di Ferretti, Negri e Zamboni si formarono quando il punk si era di fatto già esaurito e i Pistols sciolti da anni. Non a caso, le tappe che scandiscono la nascita dei CCCP sono Berlino e Carpi, per la precisione il "Tuwat", immortalato dai CCCP nella celebre "Emilia Paranoica". Fatta eccezione per i CCCP, i punk reggiani furono pochissimi. E non poteva essere diversamente, in una terra come la nostra nella quale la politica, come recitava un simpatico slogan della DC reggiana degli anni '80, "ti accompagna dalla culla alla tomba".

I Sex Pistols invece rifiutarono l'impegno politico, anzi, in brani come "Pretty Vacant" teorizzarono il rifiuto della militanza: "we don't care", "ce ne freghiamo". Anche se nel singolo "God Save the Queen" definiscono la monarchia britannica "un regime fascista / che fa di te un coglione/ una potenzialebomba H", é ad "Anarchy in the UK" che bisogna tornare per capire la loro poetica. In anni nei quali la Gran Bretagna era squassata dai sanguinosi attentati dell'IRA, i Pistols cantavano: "Questo chi è, l'IRA? Credevo che fosse il Regno Unito!". Per loro i terroristi nordirlandesi e Scotland Yard erano più o meno la stessa cosa, due realtà ostili e fastidiose da evitare accuratamente.

 
A Reggio, agli inizi degli anni '80 divenne più popolare un altro gruppo punk, piu 'morbido' dei Sex Pistols, i Clash, che erano molto apprezzati negli ambienti vicini alla FGCI, i giovani comunisti, perché fortemente politicizzati. Guidati da Joe Strummer, un giovane londinese proveniente dal movimento degli squatter, i Clash scrivevano pezzi inneggianti alla guerra civile spagnola ("Spanish bombs"), invocavano una "White Riot", e arrivarono a intitolare un album"Sandinista". Per i ragazzi  che in camera avevano il poster dei Sex Pistols, però, i Clash, benchè ogni tanto Strummer salisse sul palco con la maglietta con la scritta "Brigade Rosse" (con la D) e la stella a cinque punte, non erano sufficientemente aggressivi: erano troppo melodici, troppo bellocci, troppo didascalici.



Erano, in sostanza, i socialdemocratici del punk. La trimurti punk era completata dagli americani Ramones, che avevano un problema: i brani che eseguivano erano talmente corti, ossessivi e veloci che a inizio carriera il loro manager faticava a trovare scritture per i loro concerti, che non duravano mai più di mezz'ora. I Ramones si facevano fotografare in mezzo a cumuli di immondizia e accanto a edifici diroccati. Per i sedicenni reggiani di allora, o almeno per quelli squattrinati come chi scrive, era eccitante constatare che anche a New York gli adolescenti vivessero in periferie tristi e deprimenti come quelle che riempivano Reggio tra la fine degli anni '70 e gli inizi degli anni '80. 
 
I Sex Pistols si sciolsero quasi subito, nel 1978. Il loro ultimo singolo, estrema provocazione situazionista, fu "No one is innocent": Johnny Rotten, che aveva da poco abbandonato il gruppo, fu sostituito alla voce da Ronnie Biggs, il celebre latitante autore della rapina al treno Glasgow-Londra. Nel 1979 il bassista Sid Vicious, non esattamente il tipo di marito che le mamme sognano per le loro figlie, morì di overdose a 21 anni (la dose letale gli fu fornita dalla madre...), due mesi dopo essere stato accusato dell'omicidio a coltellate della fidanzata Nancy Spungen. Uscì di galera perchè qualcuno pagó la cauzione che gli avrebbe consentito di affrontare il processo a piede libero. Si seppe in seguito che quel misterioso benefattore era Mick Jagger, il leader dei Rolling Stones spesso pubblicamente spernacchiati dai Sex Pistols, come simboli di quel rock corrotto e compromesso con il potere che il punk aveva sempre ferocemente combattuto. Indagine successive hanno peró avvalorato l'ipotesi che Sid Vicious fosse innocente.

 
Sid era talmente imbottito di droga, quando la Spungen fu ritovata cadavere in una pozza di sangue sotto il lavandino del bagno della loro stanza al Chelsea Hotel di New York, che non sarebbe stato in grado di ammazzare neanche un moscerino. Il killer fu probabilmente uno dei pusher che facevano avanti e indietro da quella stanza d'albergo. Anche i Ramones, tranne il batterista, sono tutti morti: nessuno di loro ha varcato la soglia dei 60 anni e Johnny Ramone, il chitarrista, negli ultimi anni di vita, ai tempi della Guerra del Golfo, si dichiarò fervente patriota e ammiratore di Bush. Ironia della sorte, nel loro ultimo grande successo "Pet Cemetery", colonna sonora del film del re dell'horror Stephen King, i Ramones vengono sepolti vivi, con le loro giacche di pelle nera, mentre, dondolando su e giù le  frange nere, cantano "Non voglio essere seppellito nel cimitero dei cuccioli", un postaccio deve gli animali e i bambini, passati a miglior vita in tenera età, escono dalle tombe a terrorizzare gli adulti. Nemmeno Joe Strummer é arrivato alla pensione, è morto di infarto a 50 anni. Il mondo della cultura ha ripetutamente omaggiato il punk. Ai Ramones New York ha intitolato una piazza.

 
Il mito dark di Sid Vicious è stato alimentato anche dal cinema, ad esempio dal bellissimo "Sid & Nancy" con Gary Oldman. Palazzo Reale a Milano dieci anni fa ha dedicato una grande mostra alla stilista Vivienne Westwood, moglie del manager dei Sex Pistols e proprietaria del sexy shop in cui i Pistols si incontrarono e mossero i primi passi nel mondo dello spettacolo. E' quasi commovente sapere che nelle stanze di Palazzo Reale, dove in questi giorni sono esposti i quadri di Caravaggio, i visitatori hanno avuto la possibilità di ammirare gli abiti strappati e perforati di spille che Johnny Rotten e Sid Vicious indossavano durante la registrazione di "Pretty Vacant". Anche uno dei più grandi film della storia del cinema, "Quei bravi ragazzi", il capolavoro dedicato da Martin Scorsese alla mafia italo-americana, si chiude con un tributo al punk. Il protagonista, il mafioso Henry (Ray Liotta), tornato in incognito a una tranquilla e noiosa vita borghese, alla fine guarda fisso nella telecamera, e ammette sconsolatamente, in pantofole e accappatoio: "non ci si diverte più, io devo fare la fila come tutti gli altri. E si mangia anche da schifo. Sono diventato una normale nullità: vivró tutta la vita come uno stronzo qualsiasi". Quando iniziano i titoli di coda, Tommy De Vito (Joe Pesci) spara contro lo spettatore e parte la colonna sonora, "My Way" di Frank Sinatra, nella versione cantata da Sid Vicious.

 
In sostanza, tirando le somme, 40 anni dopo cosa é rimasto del punk, a parte arruffati e lontani ricordi giovanili come i miei, oggi che perfino Chiara Ferragni indossa le giacche di pelle nera con le borchie e le catene? Quasi niente, direi. Ora che ho finalmente raggiunto la sartriana età della ragione, intuisco che probabilmente possa avere qualche ragione Alfonso Berardinelli, quando biasima, nell'arte, "la mania della tabula rasa, del ricominciare da zero, di rifare tutto da capo, di mettere sotto accusa tutto il passato, l'intera tradizione culturale come cosa vecchia e opprimente, di cui liberarsi in nome di un'assoluta, soggettiva libertà senza limiti nè remore". Le avanguardie "credono stupidamente di andare sempre più avanti -prosegue Berardinelli - cancellando e devastando le forme, eliminando i contenuti, scandalizzando il pubblico, rifiutando il mercato con lo scopo di conquistarlo". E' una pretesa infantile quella secondo la quale "tutti siamo geni", “tutti possiamo essere artisti senza padroneggiare la tecnica”.
I punk erano esattamente così: non sapevano suonare, non sapevano cantare, scrivevano pezzi composti da un accordo e un paio di note, ma ciononostante si autoproclamarono avanguardia della rivoluzione. E la fecero. Espugnarono il Palazzo di Inverno, firmando con le grandi corporations della musica contratti in serie che poi strapparono facendosi indennizzare e arrivando comunque in testa alle classifiche. Rimane un peccato, in ogni caso, che in nessuna piazza reggiana ci sia un busto dedicato a Sid Vicious. 
 
Il punk é morto e stecchito, lunga vita al punk.


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28/10/17 h. 18.39
Giovanni Catellani dice:

Bravo Stefano, ottimo contributo, ma la chiusura può essere un'altra. Come sai, il punk non c'entra nulla con le avanguardie: era, è, e sempre sarà, oltre qualsiasi avanguardia.
Grazie al punk c'è stato tutto il resto, quello che è venuto prima (ricordi cosa dicevano i Devo con la loro devoluzione..."Abbiamo composto Satisfaction nel 1978 e i Rolling Stones l'hanno ripresa nel 1965...") e quello che è arrivato dopo:nel periodo 77'-83' abbiamo avuto la fortuna di entrare in una miniera inesauribile di suoni che si riverberano ancora oggi e mai cesseranno di farlo. Vera rivoluzione d'ottobre, iniziata col paradigma della ribellione (No future) e poi trasformatasi in movimento rizomatico, a filo d'erba, senza la necessità di radici, che ha svelato un mondo prima impensabile: la spinta della creatività non richiede necessariamente capacità tecniche. Tutto iniziò in quel fatidico 4 giugno 1976 a Manchester con un concerto dei Pistols- "The Gig that changed the World"- al quale assistettero non più di sessanta persone. Quelle giuste però, che fondarono i Buzzcocks i Joy Divisione, i Magazine, i Fall. Che aggiungere? Hai ragione il punk è morto, viva il punk, perché ci permette di non cadere nella continua retrospettiva ma di guardare sempre avanti. Grazie per averci ricordato un anniversario così importante.

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