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Venerdì 17.11.2017 ore 20.34
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Gemma ritorna con "La felicità di tutti"


di Elisa Alloro

Ho una multa sul parabrezza, ma esco di scena con una nuova luce intorno dall’incontro con Luca Gemma.


 
Parliamo del suo sesto lavoro da solista, dopo i due dischi con i Rossomaltese degli anni 90.
“La Felicità di Tutti“ arriva a oltre due anni di distanza da “Blue Songs”, primo album in inglese che ha portato Luca a suonare in Francia, Inghilterra e Lussemburgo - anche come opening act di grande levatura, dai Blonde Redhead agli Archive, da Paolo Nutini a Donavon Frankenreiter e poi Musica Nuda – e che lo ha visto anche volare in tour in Australia nel marzo 2016. 
 
Vinile e cd, per un album prodotto e arrangiato da Paolo Iafelice (engineer e produttore già al lavoro con De André, Pfm, Silvestri, Casino Royale e molti altri) e dallo stesso Luca.

Dieci nuovi brani, per un album che con naturalezza e originalità mischia canzone d’autore, folk, rock, soul e R&B. Ma quali, di tutti questi generi, ti caratterizza di più; o è proprio la fusione di tutti questi ingredienti il segreto? 
 
<<Sono un cantautore e non riesco a fare a meno di metter dentro le cose che più mi piacciono e che derivano dai miei ascolti. Alla fine vengono sempre fuori. Ma le due componenti che mi caratterizzano di più, anche come ascoltatore, sono la canzone d’autore e la musica black, quella originale, la musica nera in cui trovi il soul e il rhythm’n’blues… Marvin  Gaye, James Brown… e mi piacciono i cantautori anglosassoni che hanno mischiato la parte autorale - alla Bob Dylan, per citare uno su tutti – con cose invece afro blues, afro latine. Questa fusione sento che mi appartiene>>.

Hai citato le tue fonti d’ispirazione, ma per lo più - e La Felicità di tutti lo conferma - l’italiano è preponderante, eccezion fatta per il brano Always. Cosa cambia quando non si canta nella propria lingua madre? Sono sempre più frequenti le mescolanze: è un fattore di tempi, di richieste del mercato, o un’esigenza personale andare a spaziare nel mondo? In che lingua pensi?
 
<<Io penso ovviamente in italiano, pur parlando bene in inglese, ma quando compongo è diverso perché è il solo suono a guidarmi, quindi viro, essendo il 90% dei miei ascolti anglosassoni. Mi piacciono i cantautori italiani, da Battisti a Modugno, ma il suono ha sempre la meglio. Ho fatto un solo disco in inglese. Se canto in italiano, so che sono più scoperto, che mi metto più a nudo; poi sono italiano e mi rivolgo a un pubblico italiano, ma vivo questa dicotomia: compongo in finto inglese e questo dà un senso al suono, soddisfa l’orecchio, ma è con l’italiano, nella ricerca della parola che suoni bene ed entri nella metrica, che faccio uno scatto in avanti>>.
 
Nove brani sono inediti e sono scritti interamente da te, poi c’è una versione originale di “Cajuina”, che è un celebre brano di Caetano Veloso, che hai rivisitato con un testo in lingua italiana e in cui spunta la voce di Ricardo Fischmann, cantante brasiliano dei Selton. Adorabile. Perché hai scelto proprio questo brano? 
 
<<Scelgo le cover sempre istintivamente. Se mi piace da morire mi metto a suonarla e a risuonarla fino allo sfinimento: ci metto sempre un po’ di tempo a riuscire a metterci qualcosa di mio, ma è passaggio fondamentale; devo sentire un segnale. Quello che mi ha sempre colpito di quella canzone è la sua struttura circolare; poi mi è sempre piaciuto moltissimo il suono, tant’è che quando ho scritto il testo ho voluto rispettare il mood dell’originale e non la storia che raccontava. Ho lavorato sulle assonanze, ho preferito avvantaggiare l’effetto sonoro>>.
 
Sei stato anche tour manager e soprattutto per artisti africani come gli Ali Farka Touré, per Rokia Traoré, per Angelique Kidjo. Un’impronta del destino, o una scelta? Questo bagaglio d’esperienza incredibile come ha cambiato il tuo modo di fare musica, poi?
 
<<Mi piace stare dentro la musica quindi è stato formativo, mi piace vedere il lato della produzione, del live, mi ha insegnato tante cose, ma la fortuna è stata proprio lavorare quasi unicamente con artisti africani e di un livello incredibile. Tre persone speciali, tre artisti con una caratura pazzesca: quindi seguirli, vedere come si preparano, il soundcheck e poi l’esecuzione, è come fare un master accelerato all’università. In più, umanamente sono migliori nei rapportarsi, non fanno i personaggi per forza, sono esattamente quello che sono. Non c’è posa, non c’è quell’atteggiamento strafottente di chi si sente parte esclusiva dell’industria del rock’n’roll che invece si respira altrove. Ali Farka era tutto fuorché un tipo facile, se se ti voleva fulminare con lo sguardo lo faceva tranquillamente, ma come prima regola aveva l’autenticità. Lo impari a riconoscere nel tempo, ed è molto bello>>.
 
Vorrei capire se sei anche, o se sei prima di tutto, l’autore di brani per altri cantanti? 
 
<<Prima di tutto mi sento cantautore, quindi autore per me stesso. Ho imparato a fare le canzoni nel periodo dei Rossomaltese quando scrivevo con Pacifico: questa è stata la molla. Poi è stato altrettanto bello e formativo scrivere per altri, o per altre forme mediatiche espressive: è interessante quando incappi in ostacoli, quando ti mettono dei paletti precisi, sembra che tu abbia meno libertà espressiva, ma se riesci a muoverti dentro ai binari e a riuscire a tirar fuori la tua parte d’inventiva impari tantissimo. E a me piace imparare>>. 
 
I più grandi non smettono mai di mettersi in gioco. Hai scritto - tra i tanti - per Fiorella Mannoia, Malika Ayane, Patrizia Laquidara, Paola Donzella; ma anche per la tv, per la radio, per il cinema e per il teatro. Cambiando registro e genere. Di tutta l’esperienza che hai accumulato, quali sono state, agli antipodi, la tua più grande soddisfazione e la tua più grande amarezza?
 
<<E’ impensabile poter pensare di centrare sempre l’obiettivo, ma anche se fa parte del gioco, la delusione più grande la provi proprio quando scrivi e credi di aver colpito nel segno ma le cose vengono scartate. Un’amarezza che peraltro si rinnova ogni volta che mi segano un pezzo, ma s’impara anche così.
Dal punto di vista creativo, invece, la mia più grande soddisfazione è stata La Fabbrica di Polli, la trasmissione radiofonica dei Barlumen per Radio3Rai, durtata 4 anni, un vero e proprio profluvio di creatività>>. 

Grazie alla tua curiosità hanno preso vita altri progetti speciali, sia su disco che sul fronte live. Parlo delle canzoni per bambini e del teatro canzone… 
 
<<Si, tanti progetti nati sempre con i ragazzi dell’Istituto Barlumen, sotto la direzione di Kappa & Drago, autori e registi anche del programma radiofonico, che sono due fulmini da questo punto di vista. Le  canzoni dei bambini erano tratte dalle fiabe ma rifatte in versione pop: un progetto su larga scala, al quale hanno collaborato da Ludovico Einaudi a Frankie hi nrg. Esperienza massacrante ma edificante, anche quella teatrale: per tanti anni ho fatto parte di una compagnia di teatro ed ero in scena sia come attore che come musicista>>.

Hai esordito da solista abbracciato a una major. Un’avventura breve, perché dopo un singolo sei tornato subito alla musica indipendente. Cosa cambia tra i due mondi?
 
<<Era un periodo in cui c’era ancora una netta distinzione tra major ed etichette indipendenti. Il periodo precedente ai talent-show, allo streaming e ai download. Gli anni in cui la vendita del supporto fisico che sembrava stesse per morire, era invece alle stelle. Io venivo dall’esperienza indipendente con i Rossomaltese e quando il mio produttore di allora mi ha paventato la possibilità, l’ho colta con grande entusiasmo. Si parlava di CGD Warner e volevo provare a vedere cosa sarebbe successo. E alle riunioni si volava, sembrava tutto facile. Il risultato di questo primo singolo, però, non ha portato laddove si sperava, cambiata l’aria e sapendo di appartenere molto poco a quel mondo, è stato automatico ritornare indietro.
Chiaro è che se uno è un cantautore mainstream e vuole fare quel tipo di canzone lì, popolare, fa benissimo ancora adesso ad avere come referenti quelli che sono rimasti delle major perché quelle cose loro le sanno fare bene. Se hai altre forme espressive, magari è molto più adatto quello indipendente: è più facile rapportarsi dal punto di vista artistico e avere un’uniformità di vedute, però sai perfettamente che lavori con molti meno mezzi e un po’ più artigianali>>.

 
Dopo l’anteprima di ottobre in Francia, “La Felicità di Tutti“ sarà presentato per la prima volta in Italia sabato 4 novembre in provincia di Como, live all’Acqua Cheta di Tremezzina e il 21 novembre alla Salumeria della Musica di Milano nell’ambito degli eventi della Milano Music Week.
 
 


Ultimo aggiornamento: 27/10/17

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