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Venerdì 01.08.2014 ore 15.51
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A. Montanari

Mirco Carrattieri


di A. Montanari

Mirco Carrattieri è presidente dell'Istituto storico della Resistenza e dell'età contemporanea di Reggio Emilia (Istoreco). Dottore di ricerca in Storia politica dell'età contemporanea, è stato borsista dell'Università di Bologna presso l'Ehess di Parigi, borsista della fondazione Ermanno Gorrieri di Modena e della fondazione Lelio Basso di Roma. Uno fra i suoi ultimi lavori, di cui consiglio la lettura, è “Ermanno Gorrieri (1920-2004). Un cattolico sociale nelle trasformazioni del Novecento”, scritto con Michele Marchi e Paolo Trionfini.



Mirco, qual è la prima cosa che ti viene in mente se ti dico “C'era una volta in Emilia”?
L'organizzazione sociale, organizzazione sociale che ha assunto diverse forme e diversi colori in quest'area nel corso dell'età contemporanea ma che indubbiamente la caratterizza sia a livello associativo, sia a livello di organizzazione politica, sindacale, cooperativa. Aggiungo che qui vi furono fattori rilevanti di organizzazione sia per qualità sia per quantità; fattori che porteranno queste forme associative a diventare attrici principali anche “culturalmente” parlando, rendendo la storia dell'Emilia così densa come noi la conosciamo.

Quali sono stati secondo te i passaggi fondamentali su cui riflettere per meglio comprendere questa peculiarità emiliana?
In età liberale abbiamo forme associative socialiste e cattoliche, ma prima ancora repubblicane, che portano alla creazione di società operaie e di lì poi a sindacati e cooperative, e poi al Partito socialista. Contemporaneamente notiamo lo straordinario dinamismo del movimento cattolico: la creazione delle casse rurali, ad esempio. Tale dinamismo del mondo cattolico va ovviamente inserito nel fenomeno complessivo espandibile a tutta l'area padana o, più in generale, del nord Italia.

Qui in Emilia vediamo lo sviluppo di un associazionismo religioso tipico di un contesto di “campagna”: quindi abbiamo non solo associazionismo d'élite e intellettuale, ma anche di “base”, cioè economico-cooperativo, appunto attraverso le casse rurali. A Reggio una personalità importante in tale ambito fu don Emilio Cottafavi. Soprattutto nel reggiano si ha a che fare con un avversario politico organizzato, radicato, il Partito socialista. Bisognerebbe poi, a riguardo, studiare l'impatto dell'unità d'Italia sulla chiesa locale; sappiamo infatti che in Emilia c'è un cattolicesimo liberale molto vivace, ovvero sacerdoti entusiasti dell'unità d'Italia, prima di essere sconfessati.

Quali sono secondo lei le personalità su cui si dovrebbero concentrare gli studi?
Don Emilio Cottafavi, ovviamente, ovvero il sacerdote che fu principale promotore nel reggiano dello sviluppo delle casse rurali; passando al '900, nel secondo dopoguerra è notevole un filone di cattolicesimo sociale abbastanza peculiare che trova forse il suo protagonista più emblematico in Ermanno Gorrieri. Gorrieri racchiude nella propria figura tre piani fondamentali: religioso, politico ed economico.



Nel secondo dopoguerra incide poi in modo profondo il magistero dossettiano, a fondo studiato. Io terrei in considerazione anche la figura di Domenico Piani, primo dirigente della Dc post bellica, dirigente su posizioni molto “di sinistra”; venendo ancora più vicino ai nostri giorni di rilevo una figura come Giuseppe Morelli, leader della Fim-Cisl e diciamo così - semplificando un pò - cattolico del dissenso.

Lo “sguardo” che Reggio ha avuto verso il terzo mondo in che modo si intreccia con queste esigenze “sociali” di cui abbiamo parlato?
Questo è un tema molto complesso e ancora si è studiato ben poco sia a livello locale che regionale. Quello che posso dire è che Reggio ha una sua specificità legata al mondo comunista nei rapporti con l'Africa. Certamente il mondo emiliano è stato un mondo “aperto” alla prospettiva internazionale, se non altro per la forte emigrazione. Il cattolicesimo ha senza dubbio assunto forme più missionarie che hanno aperto la strada ai rapporti con i paesi extraeuropei.

I motivi della particolare attenzione del Pci reggiano verso tematiche terzomondiste sono motivi che incrociano come sempre accade l'elemento politico e quello “personale”; il fatto che nei primi anni Settanta alcuni dirigenti del Pci reggiano incontrino - negli incontri internazionali dei partiti comunisti - i dirigenti dei movimenti clandestini africani fa sì che si stabiliscano appunto dei contatti personali che poi, per motivi ovviamente anche di strategia politica internazionale, fanno sì che il Pci reggiano si dedichi all'assistenza dei guerriglieri del Mozambico grazie soprattutto all'attività di Soncini; ricordiamoci poi che sarà il sindaco Bonazzi a creare un assessorato alle politiche internazionali che, in un piccolo Comune come Reggio, è un fatto degno di grande rilevanza. Gli ingredienti sono dunque l'input politico e l'iniziativa strettamente personale.



Veniamo infine a un'ultima questione che a noi sta particolarmente a cuore. Come valuti il modo in cui Reggio si confronta con la propria memoria?
Il nostro punto di vista è sicuramente condizionato dal fatto che guardiamo dall'interno, per cui credo che onestamente se ci confrontiamo con altre realtà ci troviamo in una situazione ancora molto favorevole. L'attenzione che Reggio mostra per il proprio passato è ancora molto forte perché forte è l'aggregazione comunitaria. Ciò non significa che non ci siano problemi, problemi legati al fatto che l'atteggiamento verso il passato tende a polarizzarsi tra la nostalgia e il modernismo (non in senso religioso, ovviamente), diciamo allora verso l'avanguardismo a tutti i costi.

Da un lato si rimane legati al passato come “blocco unico”, cioè con un approccio ideologico, un passato che evidentemente è invenzione, dall'altro lato c'è l'atteggiamento a guardare solamente in avanti ritenendo che dopo il 1989-1991 il mondo sia cambiato e conseguentemente sia inutile guardare a quello che è successo prima visto il contesto radicalmente diverso. Entrambi questi atteggiamenti sono, come capirai, pericolosi. Lo sforzo per chi come noi si occupa di questi temi deve essere quindi da un lato quello di garantire un approccio sempre critico al passato, dall'altro lato ribadirne l'importanza proprio per le dinamiche future che, proprio per essere virtuose, devono confrontarsi con le loro radici.

Un approccio laico non significa certo oblìo. Una via percorribile per realizzare tutto ciò è ad esempio la didattica dei luoghi; proprio un lavoro sui “luoghi” del reggiano, vista la “densità” di storia che in essi vi si concentra, è a mio parere la soluzione più efficace per affrontare in modo nuovo la sfida di guardare al passato. A Reggio mancano le segnature fisiche dei luoghi, mancano da tempo sedi museali in città che si occupino del Novecento. Questo è l'orizzonte del lavoro. Io sto parlando di eco-museo urbano o museo-diffuso, non le tradizionali sedi museali che siamo abituati a conoscere; la città non può essere uno spazio piatto, un non-luogo con un non-tempo. Pensa anche all'utilità che tutto ciò potrebbe avere nei confronti dei nuovi cittadini. Reggio Emilia è un corso accelerato di storia del Novecento e questa è una ricchezza di cui dobbiamo imparare a usufruire.


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18/01/13 h. 18.45
Andrea Montanari dice:

Stefano tu sei indubbiamente il mio lettore preferito!

18/01/13 h. 17.56
Stefano Antichi dice:

Interessante la parte sul rapporto Reggio-Terzo Mondo..Reggio ha dato un grande contribuito per l'Indipendenza della Namibia nel 1990 e quindi la fine dell'era dell'Apartheid seguita poi nel 1994 dal Sud Africa.

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